Rapporti di ricerca sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici

giovedì 11 ottobre 2007

Radiohead - In Rainbows. Parte II. RH Arp



Ma ora veniamo al disco. Il mio timore era proprio questo: In Rainbows resterà nella storia del marketing e dell’economia, ma avrà un posto anche nella storia della musica? Certo, i Radiohead in quanto band il posto già ce l’anno con i capolavori Ok Computer e Kid A/Amnesiac. Tuttavia, dall’ascolto delle registrazioni live che circolavano da un paio d’anni delle 9 tracce dell’album, non mi aspettavo grandi rivelazioni. Infatti In Rainbows non è una rivelazione (poteva esserlo se fosse stato il loro primo o secondo album…). Semmai è una conferma.
Ad un primo ascolto si rivela subito come un album compatto e coerente (come lo era Kid A, cui si avvicina anche per brevità: poco più di 40 minuti). Infatti, chi ha ascoltato solo le registrazioni live delle varie Arpeggi, Reckoner, 15 step, se le dimentichi: tutte splendide canzoni, ma acquistano un quid in più solo come pezzi dell’album, che va ascoltato rigorosamente per intero.
I Radiohead sembrano meno inquieti, meno sperimentatori di nuove sonorità, ma più sicuri di sé, del proprio stile e della capacità di creare canzoni bellissime, perfette e senza tempo.
Come in un teorema hegeliano, il rock malinconico e straniato di OK Computer era la tesi,  le sperimentazioni sonore di Kid A/Amnesiac l’antitesi, Hail To The Thief un primo, imperfetto tentativo di sintesi e finalmente In Rainbows è la sintesi matura e coerente del lavoro dei Radiohead. No, non hanno rivoluzionato ancora una volta il rock, non hanno tentato nuove strade (anche se si sentono aleggiare generi nuovi per la band, come il soul in Reckoner, o il reggae in House of Cards), ma hanno portato a maturazione tutte le idee che fermentavano nei precedenti album. Certo, questo potrebbe essere capovolto come un guanto e diventare un difetto: ormai si sono adagiati sul loro sound, quelle idee se nei primi anni fremevano e bruciavano, qui se ne stanno placide come in un caminetto sotto vetro. Niente di tutto ciò: se ad un primo ascolto l’album appare bellissimo, sì, ma in pieno stile Radiohead,  è solo dai successivi ascolti che si scovano le sorprese, si intravede la laboriosa filigrana dietro la compattezza delle canzoni, si comprende che non si tratta di maniera, ma di complessa maturità.
I beat di Reckoner introducono il disco bruscamente, come uno schiaffo. Poi si inseriscono il cantato ondivago di Yorke e un tappeto più morbido di chitarre e synth a contrappuntare i beat con variazioni ritmiche. Un gran pezzo per chi ha amato Idioteque.
Una cavalcata di chitarre come non se ne sentivano da Electioneering apre Bodysnatchers. Poi, a metà (un classico nella nuova forma-canzone Radioheadiana) il tono cambia, diventando più straniato e inquietante. Nude è una grande vecchia idea e non cambia molto dalle precedenti versioni, se non per l’accompagnamento acustico della chitarra.
E’ il titolo a dare la cifra stilistica di Weird Fishes/Arpeggi: beat elettronici e un arpeggio di chitarra che accompagna la struggente, emozionante voce di Yorke fino alla fine di una canzona destinata a diventare un classico.
All I Need è una canzone d’amore (l’amore maturo e profondo di una coppia, non più quello sofferto e negato di Exit music, né tanto meno quello adolescenziale di tante canzonette pop). E’ costruita su tre semplici elementi: variazioni di un accordo di un basso vibrante e distorto, un tessuto sospeso di batteria e synth e la voce di Yorke al massimo dell’espressività.
Faust Arp è l’inattesa perla dell’album: forse la canzone più leggera e fresca dell’intero repertorio radiohediano, eseguita da Yorke in una forma di cantato-parlato già sperimentata in A Wolf At The Door. Canto ritmato, chitarre folk e la sapiente orchestrazione d’archi di Greenwood. Il tutto in minore, naturalmente. In Reckoner, irriconoscibile rispetto alle precedenti versioni, Yorke si sperimenta come soul singer. Bellissima la coda finale, col canto che sale come un lampo di luce in un cielo crepuscolare. Restando negli assaggi di nuovi generi, House of Cards si apre con una chitarra dal sapore reggae e prosegue con l’aspirazione a diventare una delle più belle ballate di sempre. Da brividi il canto finale di Yorke.
Niente nella trascinante e intensa penultima traccia (Jigsaw Falling Into Place) lascia presagire che il sogno stia per finire, perché apre ancora nuovi scenari, ci porta lontano, sembra quasi l’incipit di un nuovo meraviglioso disco. Sono sempre un po’ sorpresa e delusa quando sento arrivare, troppo presto, l’accordo funereo di Videotape, con quel suono continuo di sottofondo, come l’ultimo pezzo di un nastro che si riavvolge. E’ una canzone bellissima, ma per me significa solo: è finito l’album.
E’ un pezzo malinconico e disincantato, come di un uomo che si guarda indietro e fa il bilancio della sua vita, e guarda i vecchi ricordi sottoforma di un filmino delle vacanze, un disco comprato all’università, un oggetto un po’ kitch che ha conservato troppo a lungo perché doveva significare qualcosa, ma non ricorda più bene cosa.
E’ strano come una canzone così chiuda l’album meno “triste” dei Radiohead.

mercoledì 10 ottobre 2007

Gioco #1


La rubrica a sorpresa del mercoledì per oggi e per le prossime settimane è dedicata ai giochi.

Perché mi piace giocare, anzi devo ammettere che questa è la cosa che amo fare di più e, dal momento che ho una visione molto ampia del concetto, include un po’ tutto, dal sesso alla musica. Qui presenterò soprattutto giochi che si possono fare anche da soli, a casa, in metropolitana, in autobus, durante lezioni noiose, in fila in posta o semplicemente quando si ha voglia di farli.

Quello di oggi non è tecnicamente un gioco, ma un’azione poetica.

L’ha inventato e attuato, insieme ad un amico, Alejandro Jodorowski, regista, scrittore, psicomago, poeta, lettore di tarocchi, drammaturgo, fumettista e recentemente anche sacerdote (ha celebrato il matrimonio di Marilyn Manson).

A differenza di molti giochi pieni di regole, sottoregole ed eccezioni, questo ha una sola regola e non ammette eccezioni.

Si tratta di camminare in linea retta senza mai deviare.

Ecco come lo descrive Jodorowski nel libro “Psicomagia”

“Se durante una passeggiata ci imbattevamo in un albero, invece di giragli intorno ci arrampicavamo in cima. O ancora: se il cammino veniva ostruito da una macchina posteggiata, ci salivamo sopra e camminavamo sul tetto...
Davanti a una casa suonavamo il campanello, chiedevamo permesso, entravamo dalla porta e uscivamo dove potevamo, anche da una finestrucola…”.

Per quanto mi affascini, devo ammettere che non ho mai avuto il coraggio di giocare. Ed ho la sensazione che se riuscissi a fare questo atto poetico, dopo potrei fare qualsiasi cosa, realizzare i miei desideri, e avere tutto quello di cui ho bisogno. Più che una sensazione è una certezza.

Non gioco perché ho paura che il proprietario della macchina si incazzi, che la signora a cui chiedo di entrare non mi apra, ho paura di farmi male o di rendermi ridicola. Ed è la stessa paura che mi blocca e mi impedisce di realizzare quel che voglio. Questo gioco mi affascina tanto da anni perché non si tratta solo di macchine, alberi e signore diffidenti, ma  degli ostacoli, dei pregiudizi, dei tabù che preferisco ignorare o aggirare, fino a convincermi che quella non è la direzione giusta, che forse non lo desidero veramente.

Forse questo particolare atto poetico rappresenta la mia terapia psicomagica, ma può darsi che per altri non ci sia nessun problema ad attuarlo. Invito gli amici e i visitatori di passaggio che decidono di giocare a mandarmi un messaggio in cui descrivono dove e come hanno camminato in linea retta, gli ostacoli incontrati, il modo in cui li hanno attraversati, le reazioni delle persone, le sensazioni provate ecc. Pubblicherò il messaggio su questo blog o, se preferite pubblicarlo sul vostro blog, mandatemi solo il link. Grazie.
 

martedì 9 ottobre 2007

Un eroe taoista nella fantascienza anti-utopica

URSULA K. LE GUIN
La Falce Dei Cieli
E se i sogni potessero davvero cambiare la realtà. Se al risveglio trovassimo il mondo trasformato dai nostri parti onirici?
Quello che accade nei sogni è incontrollabile, a meno che tu non sia andato a scuola di psicomagia da Jodorowski o a lezioni private da uno sciamano. Perciò il superpotere onirico di George Orr, il fragile e timido protagonista del romanzo, è orrendo e pericoloso.
George ne è talmente spaventato che tenta il suicidio e viene affidato in terapia “volontaria” al dottor Haber. Questi è uno psicanalista dal carattere forte (probabilmente di quelli che ti stritolano la mano senza ragione quando si presentano), un uomo ambizioso e sicuro di sé.
In principio disprezza il suo paziente per la sua “debolezza” (per le persone come Haber, vale a dire per il 70% della popolazione mondiale, gentilezza, mitezza e scarsa propensione alla competitività sono considerate “debolezza”). Quando Haber ha le prove del potere di Orr, si convince di essere in grado di controllarlo (attraverso un macchinario che sfrutta l’ipnosi) e usarlo “per il bene dell’umanità”, al tempo afflitta da sovrappopolazione, inquinamento, malattie, odio razziale ecc.
Così il dottor Haber, sicuro di agire per il bene, in un delirio di onnipotenza, porta il mondo alla rovina.
La Falce dei Cieli, recente riedito dalla Nord, è uno dei migliori romanzi di Ursula Le Guin ed è probabilmente quello in cui meglio dispiega il suo “principio della non-azione”. Di fronte a eroi forti, sicuri di sé (e della propria comprensione del mondo e discernimento del bene e del male), che spesso agiscono per istinto, sapienza o per qualche superpotere, Ursula Le Guin pone i suoi eroi incerti, miti, riflessivi, che ammettono socraticamente di non sapere e che tuttavia sanno che spesso l’azione più giusta è l’inerzia, la non-azione (e qui siamo nel Taoismo puro, che permea gran parte dell’opera di Ursula Le Guin).

lunedì 8 ottobre 2007

Un nuovo inizio... spero.


Dopo anni di autotradimenti ho perso ogni fiducia nelle mie promesse. Tuttavia voglio darmi un'altra possibilità e riaprire questo blog.
Perché non ho più scritto? Passino le vacanze, passi che faceva troppo caldo per chiedere ai miei neuroni di collaborare, passi la depressione per non aver ancora trovato un lavoro... no: è questo il motivo principale. Ieri ho realizzato che questo è di gran lunga il periodo peggiore della mia vita. Supera persino gli ultimi due anni di liceo (e avrei giurato che come bruttezza avrebbero tenuto il primo posto anche quando, ottuagenaria record di dolori e acciacchi, non avrei più ricordato di aver avuto diciassette anni.) Ma al liceo, nonostante gli amici ipocriti, la solitudine stizzita e romantica di chi ha la sfiga di avere interessi un pò particolari, la pesante aria di provincia e i litigi coi genitori (quelli non mancano mai in queste liste), era un pò come scontare gli ultimi due anni di prigione: lo sai che prima o poi esci, che per quanto sia brutta finirà e dopo hai tutto il mondo davanti a te, un universo di possibilità più folli e numerose di un esperimento quantistico, una mappa pre-colombiana.
Ora è come...
Scoprire che, uscito di prigione, non hai nessun posto nella società? Vedere come tutti gli spazi sulla mappa erano stai già scritti da tempo e come, non solo l'America era già stata scoperta, ma non c'è più posto per te? Essere un sasso in caduta libera nell'universo newtoniano, anziché una imprevedibile e libera particella in un esperimento heisenberghiano?
Un pò tutte queste cose. In più la gabbia ora me la sto costruendo da sola.
Un altro motivo per cui non ho più scritto il blog era l'indecisione sulla sua natura. Un cine blog? Un bio blog? Un diario di letture?
Così ho deciso non solo di riaprire questo blog, ma di aggiornarlo quotidianamente, dedicandomi ogni giorno della settimana ad una diversa rubrica.
Salvo modifiche la scaletta è questa:

LUNEDI': Pensieri, elucubrazioni, varie
MARTEDI': Libri
MERCOLEDI': La rubrica a sorpresa.
GIOVEDI': Musica
VENERDI': Cinema e TV
SABATO: Il racconto
DOMENICA: Il santo e l'oroscopo.
Ah ah, no scherzo, la domenica linkerò un blog o un sito.

E' un sacco di roba e probabilmente troppe cose verrano fuori male (ed io purtroppo non sono clinicamente iperattiva). Però non ho niente da fare, a parte spedire i miei dieci curriculum quotidiani, deprimermi, guardare film e telefilm, cazzeggiare su internet, leggere e fissare il soffitto elaborando raffinati piani per conquistare l'universo per almeno un'ora quando mi sveglio.

Ultimo dubbio: come titolo la categoria del lunedì? Pensieri mi sa tanto di diario di una tredicenne. E poi è un termine scorretto perché è troppo generico: tutto quello che si scrive o si dice (in genere) viene prima pensato. E nel momento in cui il pensiero viene scritto o pronunciato non è più tale.
Divagazioni? Appendici? Riflessioni? Diario? Oppure un tag che non c'entra niente? Ho la paralisi con i titoli e le sintesi. Credo dipenda dalla mia weltshaung. Oppure dal fatto che sono le tre e devo ancora pranzare.
Il problema è che con splinder i tag di un file non li puoi più cambiare.
Dato che l'apertura di questo blog è stata ispirata da un sogno, da uno scarafaggio e da una canzone dei Radiohead, e che dopodomani uscirà il sospirato LP7, titolerò la rubrica del Lunedì "colori", in onore all'ultimo dei Radiohead "In Rainbows". E perché i pensieri possono essere blue, rossi o verdi ecc. ecc.
A presto.
E stavolta dico sul serio.
Spero.
 

mercoledì 27 giugno 2007

AFTER LIFE, una rubrica ricca di consigli utili per la scelta dell'oltretomba.

Mi piacerebbe curare una rubrica settimanale su una rivista dedicata al post mortem. Il primo numero potrei dedicarlo a Dante, tanto per rimanere sul classico. Nei successivi appuntamenti ci sarebbe spazio per tutti gli oltretomba immaginati, dai Greci agli Egizi, dagli Induisti ai Maya del Popol Vuh. Ci sarebbero anche delle uscite speciali, riservate agli scenari più recenti del cinema e della letteratura.

Non potrebbe mancare infatti un numero su After Life, il film di Hirokazu Kore-eda, in cui i defunti hanno una settimana di tempo per scegliere il ricordo più bello della loro vita da immortalare nel film che vedranno per il resto dell'eternità. Alcuni decidono subito, altri si pentono della prima scelta o, dopo aver rivisto tutte le videocassette della propria vita non sanno ancora quale sia il ricordo che vogliono eterno. Per i più indecisi c'è la consulenza dei gentili impiegati di questa azienda di filmaker del limbo, che consolano e consigliano perché tutti, inderogabilmente, allo scadere del settimo giorno, devono poter morire per rinascere all'eternità, ovvero devono scegliere. Perché tra le infinite possibilità ne accade una soltanto, perché fra tutti i momenti della propria vita solo uno sarà filmato (il cinema come metafora della vita).
Io penso che sarei entrata a far parte dello staff (è il destino di chi si rifiuta di scegliere).

L'oltretomba più congeniale che mi sia capitato d'incontrare è quello descritto da Neil Gaiman in American Gods. E' molto semplice e liberale: ognuno ha la vita dopo la morte che preferisce o che ha immaginato. C'è chi se ne va all'inferno, chi si ritrova al cospetto di Anubi o San Pietro, chi rinasce... persino l'ateo è accontentato. Poiché si è liberi anche di desiderare il silenzio e il nulla eterno.

Il mio oltretomba preferito, quello che sceglierei sicuramente se il buon Gaiman avesse ragione, è descritto in un oscuro romanzetto di fantascienza di cui ho lasciato una recensione in questo blog. Ne "Il libro del fiume" di Ian Watson, chi muore se ne va per sempre libero nel tempo e nello spazio, entrando e uscendo dai corpi dei vivi di qualsiasi epoca e pianeta. In questo modo vive infinite storie, ha tutte le emozioni, le avventure, le sensazioni che mai avrebbe potuto avere in un corpo solo e in una sola vita.
E' molto meglio della reincarnazione (o molto peggio, dipende dai punti di vista), poiché chi rinasce si trova pur sempre limitato ad un corpo, un tempo, una serie unica di eventi che formano la sua personalità, il suo passato e delimitano il suo futuro.

Oppure mi piacerebbe diventare musica. Una volta girai un cortometraggio in cui una ragazza diventava musica. Si alzava una mattina, si preparava una spremuta di arance e un caffè e cominciava a fare piccole cose belle e imprevedibili, come gettare all'aria i panni stesi invece di raccoglierli, solo perché era affascinata dal modo in cui le camicie si gonfiavano, simili ad uccelli, prima di cadere, o alle lenzuola che planavano come tappeti magici... il suo ragazzo le dava della stupida e usciva di casa piuttosto incazzato. Nel resto della giornata, prima di diventare musica, faceva altre cose: andava a fare la spesa al mercato, si fermava in mezzo alla strada, posava le buste e cominciava a girare su se stessa, giocava a calcio con dei ragazzini, eccetera. Infine, semplicemente camminando, diventava musica.
Esattamente diventava Summertime cantata da Janis Joplin.
L'avevo resa così: piano fisso sulla ragazza che si allontana diventando sempre più trasparente. Man mano che lei si smaterializza si alza il volume della musica, finché la ragazza scompare completamente e nella strada deserta si sente solo il roco canto blues di Janis. Per far capire che era proprio diventata musica avevo ripreso anche un barbone che si alza e si allontana nella direzione opposta fischiettando Summertime.

Quando poi ho visto After Life ho passato un sacco di tempo a decidere quale sarebbe stato il ricordo che avrei scelto per l'eternità. Anche l'oltretomba libero di Gaiman mi ha dato non poco filo da torcere: non sono mica sicura di voler fare il fantasma trasmigrante per sempre. E se dovessi diventare musica, come vorrei suonare? Che canzone sarei?

In fin dei conti potrei davvero proporre questa rubrica ad una rivista: chi negherebbe la pubblica utilità di una esaustiva guida settimanale sugli oltretomba possibili? Perché, se il buon Gaiman ha ragione, è sempre meglio essere preparati a scegliere quello giusto, quello più adatto a noi, ai nostri gusti, alla nostra personalità.

mercoledì 20 giugno 2007

I Blonde Redhead nel futuro

Ieri sera sono stata al concerto dei Blonde Redhead.
E stanotte li ho sognati che viaggiavano nel futuro. Non si sa perché nè percome ma facevano tutti e tre un lungo salto temporale, nel bel mezzo di un concerto. E capitavano in un mondo dove gli uomini erano molto cambiati esternamente - la pelle tutta ricoperta di scaglie e croste, come un'armatura, forse una mutazione che li aveva fatti sopravvivere ai cambiamenti climatici - ma poco interiormente. Infatti anche nel futuro, guardacaso, erano in guerra.
I gemelli Pace e Kazu Makino nel salto temporale erano tornati bambini ed erano comprensibilmente confusi e scioccati, non solo per essersi ritrovati in età prepubere, senza neanche il fisico per impugnare una chitarra elettrica, e nemmeno per gli uomini-rettile che stavano lì dove pochi istanti prima c'era una folla di fan. No, prima ancora che i tre potessero intuire l'incredibile accaduto, gli uomini del futuro li avevano catturati, mostrando anche poco stupore e reverenza di fronte a degli autentici viaggiatori temporali, nonché antenati dalla pelle rosa e morbida e fantastici musicisti. E non avevano trovato niente di più originale da fare che mettergli degli imbuti in testa a mò di elmo e spedirli, separatamente, come super arma segreta, in mezzo ai tre eserciti che stavano partendo per la guerra.
I Blonde Redhead non solo erano tornati bambini, ma nel salto avevano subito una accelerazione molecolare o qualcosa del genere che li aveva resi simili a bombe H instabili. Una ferita, un colpo di troppo, e sarebbero apocalitticamente esplosi. E nel mezzo di uno scontro è piuttosto facile essere feriti.
Il primo a partire è il piccolo Simone Pace, stordito e inconsapevole, oramai lontano dall'assomigliare al favoloso cantante e chitarrista che sarebbe diventato o che era stato qualche secolo addietro.  Kazu e Amedeo, che hanno avuto qualche ora in più per pensare, iniziano ad elaborare un piano di fuga. E, deus ex machina, un ufficiale del consiglio di guerra, vagamente somigliante a Vincent Price, tranne forse che per scaglie, viene loro in soccorso. Non solo perché segretamente era un appassionato del noise rock del ventesimo secolo, che era qualcosa di simile all'apprezzare sinceramente oggi i canti gregoriani, ma anche per le solite mire segrete che gli ufficiali ambiziosi covano sempre da che trama è trama. Ho talmente assorbito le più becere e classiche strutture narrative che le applico anche nei sogni. Ed è questo a renderli divertenti, più simili a un piccolo film privato che a quell'accozzaglia confusa e incoerente di immagini e ricordi che solitamente sono i sogni. Tornando al nostro ufficiale simile a Vincent Price, la cui mira segreta era di chiudere i Blonde Redhead in un laboratorio, per dissezionarli e scoprire non il segreto della loro musica, ma della loro atomicità, vi risparmio una buona mezz'ora di sogno per dirvi subito che riesce nel suo piano, ma solo a metà.
Difatti riesce a recuperare il piccolo Simone Pace, che già stava ritrovando il suo talento componendo per i compagni agrodolci inni di guerra, un pò sperimentali, ma non per questo meno esaltanti. Ma fallisce quando tenta di portare i tre proto-musicisti finalmente riuniti nel laboratorio. Grazie all'astuzia e al precoce fascino di Kazu i Blonde Redhead riescono a fuggire e si avventurano da soli nel mondo del futuro, bellissimi e pericolosi.
Non possono passare inosservati con la loro pelle priva di scaglie, ma nessuno sa che basta ferirli per provocare un'esposione nucleare. E ad inseguirli ci sono un ufficiale pazzo, nonché fan deluso, e un intero consiglio di guerra. Cosa accadrà ai piccoli gemelli Pace a alla dolce Kazu? Riusciranno a sfuggire ai loro inseguitori, a non esplodere e a tornare in tempo per rispettare la scaletta del concerto?
Attualmente non lo so, poiché sfortunatamente stamattina ha suonato la sveglia. Spero di sognare il seguito e tornare a riferirvelo. Buonanotte.

lunedì 4 giugno 2007

...ancora perché

Quando in un vago revival di entusiasmo ho deciso di aprire questo blog non avevo fatto i conti con alcune semplici verità:
- Non so niente in realtà delle formiche australiane
- E' meglio non fare qualcosa (in questo caso un blog) se non sai perché lo stai facendo. Quindi è meglio non fare niente, poiché non possiamo mai definire con certezza il motivo delle nostre azioni. Tuttavia se sono viva inesorabilmente faccio qualcosa. Se ne deduce il difetto ontologico di ogni azione e di questo blog.
- E' sempre difficile cercare di smettere di fumare. Farlo in un periodo di depressione è altamente autolesionista, diabolico e insano. Nonché dannoso per il blog, poiché la mia forza di volontà è limitata.

Ho fatto l'I Ching ed è uscito l'esagramma Chieh (La Delimitazione). In sintesi:
"Il lago ha un'estensione limitata. Se vi entra una maggiore quantità d'acqua esso trabocca. Bisogna perciò porre delle barriere. [...] Le possibilità illimitate non sono fatte per l'uomo. Così la sua vita non farebbe altro che dissiparsi nell'illimitato. Per diventare forte, l'uomo deve istituire volontarie barriere di doveri."
Maledetti I Ching! Ci azzeccano sempre. Visto che mi hanno confermato che non sono immortale proverò almeno a seguire il consiglio per "diventare forte".
Quando mi prendevano dei raptus da temporanea dipendenza da videogiochi, al termine della sbornia ero colta da pentimenti e sensi di colpa e scrivevo un giuramento del tipo "Giuro che non giocherò più a Diablo (o ai Sims ecc.) fino al 2005, neanche per cinque minuti (questa era una clausola importante perché a volte rompevo il giuramento con la scusa che avrei giocato solo 5 minuti e poi ci stavo ore)". Firmavo e facevo controfirmare da un testimone (di solito il mio ragazzo, che se la rideva una casino e mi accusava di essere "cattolica dentro" a causa dei sensi colpa. Accusa infondata a mio parere: mica i sensi di colpa li hanno solo i cattolici. O no?)
Per curare la mia curiosità e insoddisfazione cronica metterò delle barriere e farò un giuramento su questo blog, in modo che ci siano dei testimoni.

"Giuro che:
- Scriverò su questo blog almeno una volta a settimana (da rispettare sempre, ad eccezione del caso in cui mi trovi in viaggio in un luogo privo di connessioni ad internet)
- Smetterò di fumare (occasionalmente potrò fumare, ma mai più di tre sigarette nell'arco di 24 ore.) Questo punto non c'entra niente con le barriere, ma visto che sto facendo un giuramento ce lo metto dentro lo stesso: fanno così anche per le leggi in parlamento.
- Sceglierò una delle cose fatte fin'ora e cercherò di portarla a termine. (questo punto lo capisco solo io, ma non importa: in ogni caso non è fondamentale che un testimone controlli se il giuramento è stato portato o no a compimento. Il suo significato di testimone sta nel valore che gli dà chi presta il giuramento. Se rompo il giuramento, anche il testimone perde il suo significato.)

Firma:
M. A."
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...