Rapporti di ricerca sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici
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lunedì 21 febbraio 2011

Decabristi nel West, Stupidi Orsi e Piccole PJ Harvey crescono

Qualche giorno fa mi sono detta: è un po' che non ascolto dischi nuovi. Vediamo che c'è da pescare. E mi sono tuffata nel laghetto delle mie webzine di fiducia. Da kalporz a ondarock, da sentireascoltare a storiadellamusica echeggiava il nome dell'italobritannica Anna Calvi
Nome elegante, palindromo, copertina sensuale, ha per padrino Nick Cave e questo può bastarmi. Mi accorgo che c'è un certo hype e, a un primo ascolto su youtube, non mi pare giustificato. Inoltre non ho voglia di sentire la "nuova PJ Harvey", come la chiamano tutti. Già non mi esalta la vecchia. E poi sono piena di album tristi, pensosi, voci oscure, sonorità dark, malinconia e inquietudini da rock luciferino. Certe volte mi sembra di avere solo musica deprimente. Stamattina, per esempio, la sveglia dell'ipod ha cercato di uccidermi mandando in modalità "casuale" "Twilight, nihil" di Current 93, "No surprises" dei Radiohead, "When we reach the hill" dei Black Heart Procession e per finire "The Kubler-Ross model" di Matt Elliott. Ma io a quel punto ero già al quinto stadio di accettazione della morte. Insomma, ho bisogno di musica più allegrotta. Decido di ascoltare lo stesso la Calvi, ma scopro che sono usciti anche i nuovi album dei Decemberists e degli Akron/Family. Bene, bene, un po' di sana caciara!
"The king is dead" dei Decabristi è meno divertente di quanto mi aspettassi. Dove sono i pirati, i tagliagole e gli avventurieri di Castaways e Cutouts e di Picaresque? Questo è un bell'album folk, ma... ma le storie, le suggestioni sonore non sono granché. La voce di Colin Meloy è sempre seducente e nei testi c'è la solita fascinazione per le storie romanzesche. Al posto dei picari e delle improbabili dame medievali ci sono corpose ballate western e Calamity Jane da salotto. Ma non è al livello di Picaresque... Del resto non possono fare sempre lo stesso album, li capisco.
"The cosmic birth and journey of Shinju TNT" della famigliola hippy di Akron è proprio la caciara psichedelica che mi aspettavo. Un po' troppo Animal Collective. Un trip solare e sregolato, proprio quello di cui avevo bisogno. Ma mi rendo conto già al secondo ascolto che non siamo alla perfezione di Love is Simple. Manca la semplicità, mancano le idee davvero innovative. Le sonorità sono sì eclettiche e visionarie, ma senza ordine. E dopo due, tre ascolti, stanca. Assorda. Il cosmo è fatto anche di silenzio e semplice puro pop. Però, dai, almeno se mi sveglio con "Silly Bears" non rischio di avere impulsi suicidi. Al massimo mi verrà voglia di riempire il salotto di lucine natalizie e di ripescare dal fondo dell'armadio quella maglietta del San Francisco Avalon che non metto da anni.
E ora, Anna Calvi. Avevo una mezza intenzione di recensire questo suo fortunato album d'esordio, ma non ho molto da dire, perché, a esser sincera, le sue canzoni non mi dicono molto. Non ancora, almeno. Ha una voce sublime e rara, questo è indubbio. È un disco che ascolto volentieri. Non è neanche così deprimente e dark, come temevo.
Mi piace sì, ma è (quasi) tutto già sentito. L'intro chitarristica è un folk strumentale alla Calexico col piglio di Jeff Buckley. I sussurri e i crescendo di  "Morning Light" e "No More Words" sono forse la parte migliore dell'album, insieme all'intensa "The Devil". "Desire" sembra scritta e cantata da Patti Smith. Anzi, si potrebbe infilare in un suo album e nessuno si accorgerebbe che non è sua. Anche "Blackout" non mi convince. Certo, ce ne fossero di esordi così e di hype su album così solidi e sentiti.

lunedì 31 gennaio 2011

Meret Becker - Nachtmahr

Dei sogni e degli incubi penso quello che Tolstoi scrisse delle famiglie: tutti i sogni felici si assomigliano.

Per questo preferisco gli incubi.

"Nacthmar" dell'attrice berlinese Mert Becker è una collezione di ballate macabre, mostri carezzevoli, incubi da salotto. Non trasmettono l'inquietudine dolorosa delle canzoni dei Coil, ad esempio, ma neppure si limitano a evocare i fantasmi addomesticati del dark cabaret.

Ritmi tradizionali di marcette e ballate dilatati dalla voce infantile ed erotica della Becker, strumenti non convenzionali, tipici dell'industrial più raffinato (non a caso l'album è coprodotto da Alexander Hacke degli Einstürzende Neubauten).

Ogni volta che ascolto quest'album vado in un luogo conosciuto eppure terribilmente estraneo, che cambia forma in continuazione, come certi posti visitati nel sonno che ci sembrano familiari solo perché ci siamo già stati in un altro sogno.


Ora chiudi gli occhi e tira fuori la lingua per assaporare questi fiocchi di musica tenera e acida.
Le tracce di questo disco ti porteranno al tuo incubo preferito, come molliche di pane lasciate sul sentiero.
Nacthmar è cibo per l'immaginazione.





lunedì 20 settembre 2010

La radio emozionale

Una cena romantica e il nostro pc è pieno solo di musica che farebbe spegnere le candele con la potenza delle vibrazioni? No problem: su stereomood c'è una playlist pronta per l'occasione. Party con gli amici e nessuna voglia di pensare anche alla musica, pur sapendo che mettendo la riproduzione casuale rischiamo una sfilza di pezzi deprimenti che farebbero finire anzitempo la festa? Su stereomood ci sono playlist pronte per ogni tipo di festa, evento e momento della giornata. C'è la musica da ascoltare appena svegli, quella perfetta per quando puliamo casa (c'è persino la variante "pulizie di primavera"), quella da ascoltare mentre lavoriamo, scriviamo, dipingiamo o studiamo. Non può mancare la playlist per quando siamo ai fornelli, o quella che accompagna i momenti intimi. Ce n'è anche una da metter su mentre ci vestiamo. Non l'ho mai provata perché indosso sempre la prima cosa che trovo nell'armadio, tempo 10 secondi: non esistono pezzi così brevi.
Ci sono liste di brani adatti a ogni stato d'animo e situazione. Si possono aggiungere canzoni alla libreria personale, mixare playlist, creare nuovi tag.
La novità rispetto ad altri siti, web radio e simili con sistema di tag? Funziona. Le canzoni si accordano davvero allo stato d'animo o all'attività scelta. Sto ascoltando "crazy". Prima di metterla su pensavo: non potranno mancare gli Animal Collective e Screamin' Jay Hawkins. Infatti ci sono, insieme ad altre canzoni piuttosto... particolari. Ieri sera ho fatto partire "candlelight dinner". Impeccabile. Da notare che la selezione è molto buona, la qualità audio è ottima (è comunque possibile segnalare l'eventuale bassa qualità di un brano) e il buffering impercettibile, una scheggia.
Per chi fosse interessato alla questione dei diritti: il sito prende i brani da blog internazionali.


sabato 14 novembre 2009

Eine Koffer in Berlin

Novembre, mi manca Berlino a novembre. E' passato un anno e non ho mai provato tanta nostalgia. Mi mancano le sberle ghiacciate delle discese in bici alle 7 del mattino, il cielo grigissimo, senza un barlume di luce, la spesa collettiva al mercato turco. Novembre è stato il mese che mi ha permesso di amare davvero Berlino, perché l'ho trascorso con delle persone bellissime. Allora al diavolo il sole, che tanto lì non è mai abbastanza caldo. E' quella coltre arrabbiata di nuvole nere che mi fa nostalgia, come il tetto di un posto che chiami "casa". Dedico questa canzone della divina Marlene agli amici che mi hanno accolta nella Big Pink House. E' grazie agli affetti che lasci in un posto che puoi dare un significato alla parola "ritorno".



martedì 8 aprile 2008

Baby Dee - Safe Inside The Day


Autore: Baby Dee
Genere: songwriter
Etichetta: Drag City
Uscita: Gennaio 2008

Tracklist:
Safe Inside The Day
The Earlie King
A Compass Of the Light
The Only Bones That Show
Fresh out of Candles
Big Titty Bee Girl (from Dino Town)
A Christmas Jig For A Three-Legged Cat
Flowers On the Tracks
The Dance Of Diminishing Possibilities
Bad Kidneys
You'll Find Your Footing







Chi è Baby Dee? Fatevi un giro sulla rete: non c’è recensione che non parli del personaggio e della sua diversità come introduzione o ciliegina al rum sulla crema delle canzoni. Ci interessa sapere che è una performer transgender, che ha esordito come artista da strada suonando l’arpa vestita da orso, che è amica di Antony e di David Tibet, ci serve tutto ciò per ascoltare la sua musica? (Eh sì… ci interessa. Chi se lo fila un disco così fuori tempo e strambo se non fai leva sulla curiosità del personaggio?)

Ora parliamo della musica però.

Il disco inizia con la piano ballad sentimentale “Safe Inside the Day”: voce intensa che scivola fra crescendo emotivi e diminuendo malinconici in pieno stile Antony (ma Baby Dee, seppur intonata ed espressivamente dotata, non ha il pathos naturale dell’amico Antony, che farebbe sciogliere il cuore di ogni supercattivo).

Segue “The Earlie King”, divertita e atipica canzone da cabaret. E di nuovo una lacrimevole ballata “A Compass of the Light”. E il jazz barocco da avanspettacolo di “The Only Bones Thet Show”. E poi? Ora dovreste aver capito: altro pezzo lento e sentimentale.

L’alternanza triste/sentimentale e allegro/sfrontato è di una rigorosità disarmante. L’inventiva e le sorprese non stanno certo nella struttura del disco (e neanche in quella delle canzoni: sono “semplici” pezzi jazz, swing, cabaret songs, piano ballads sentimentali, o addirittura piccole composizioni di musica classica, come “A Christmas Jig For A Three-Legged Cat”).

Ad impreziosire queste divagazioni fra generi fuori moda sono lo stile vocale teatrale e sopra le righe e l’indubbio talento melodico di Baby Dee, che non spezzerà i cuori come l’amico Antony, ma li farà sicuramente divertire e commuovere, come un buon musical off off Broadway.

Valgono da sole l’acquisto dell’album almeno tre canzoni: “Flowers on the Tracks” (fragile e bellissima composizione da camera per pianoforte e archi), “Bad Kidneys” (incipit jazz noir con sax da locale notturno che sfocia in sguaiato canto zingaresco per voci ubriache e fisarmonica) e “You'll Find Your Footing” (deliziosa malinconica canzone in punta di piano, arpa e violini).

Xiu Xiu - Women As Lovers

Autore: Xiu Xiu
Titolo: Women As Lovers
Genere: alternative rock
Etichetta: Kill Rock Stars
Uscita : Gennaio '08
Tracklist:
I Do What I Want, When I Want
In Lust You Can Hear the Axe Fall
F.T.W.
No Friend Oh!
Guantanamo Canto
Under Pressure
Black Keyboard
Master of the Bump
You Are Pregnant, You Are Dead
The Leash
Child at Arms
Puff and Bunny
White Nerd
Gayle Lynn


14 canzoni in perfetto formato radiofonico (2-3 minuti) che col radiofonico c’entrano meno che il prezzemolo con la torta alla crema (ebbene sì, il famoso detto popolare sul prezzemolo è sbagliato: pensate che schifo mettere il prezzemolo nei bignè al cioccolato o nel caffè).
Infatti le 3 minutes pop song degli Xiu Xiu sono quanto di più lontano possa esserci dal piattume rock posticcio e carta carbone di cui ci nutrono mtv e le nostre emittenti.
Sicuramente non puoi ascoltare questo “Women As Lovers” (come qualsiasi altro disco dei nostri) facendo qualcos’altro, perché ti disturberebbe parecchio. Non sono le solite inoffensive e paciose canzonette pop rock che puoi mettere su mentre studi, chatti o guidi, perché quelle pause interrotte da trilli, riff anarchici di chitarra e irruzioni graffianti di sassofono e altri strumenti difficilmente identificabili ad un primo ascolto, ti farebbero saltare i nervi con conseguenze devastanti (chessò, insultare il fidanzato in viaggio studio all’estero in chat, o il fuoristrada che ti fa il sorpasso, con successivo probabile incidente). No, l’ascolto di queste 14 tracce richiede completa attenzione e dedizione.
Ma ne è meritevole? A voi la risposta. Ci sono persone che traggono un intenso piacere dallo svolgere astratte equazioni o risolvere rompicapi. Altre che usano il cubo di rubik solo come schiaccianoci o fermacarte. Personalmente sono a metà fra questi estremi. Dalla musica chiedo sperimentazione, stimolazione ed emozione.
In questo disco non manca il tentativo di emozionare con la splendida chiosa di “Gayle Linn” o la ballata “Master of the Bump”. Ma è un sentimento esangue.
Menzione a parte merita “Black Keyboad”, una struggente, delicata ballata in levare, sospesa fra le corde pizzicate della chitarra e il canto senza risoluzione di Stewart.
Altri pezzi, come “Child at Arms” con le sue variazioni isteriche, o “Puff and Bunny” coi suoi giochini cacofonici, potrebbero farti saltare i nervi soprattutto dopo che vi hai prestato attenzione.
La sgangherata cover di “Under Pressure”, che vede la partecipazione di Michael Gira, è un simpatico divertissement. E l’apprezziamo per questo. E per Gira, naturalmente.
Che lo troviate fastidioso e irritante, o che lo amiate per le sue intelligenti e stimolanti trovate musicali, è certamente un disco che non lascia indifferenti e non scivola via facilmente, come le tante, troppe, tonnellate di 3 minutes songs che quotidianamente ci ammorbano le orecchie e appiattiscono lo spirito.

venerdì 4 gennaio 2008

Siti per ascoltare e scaricare musica gratuitamente e legalmente

Internet è l'Eldorado per gli instancabili esploratori di nuovi lidi musicali o per i turisti che vivono la musica come semplice intrattenimento. Tutti sappiamo come ascoltare e scaricare musica illegalmente (siiii... lo sappiamo). Ma è possibile nutrire la nostra insaziabile passione anche rannicchiandoci nelle rassicuranti braccia della legalità. Probabilmente molti conosceranno già i siti di cui fornirò una breve descrizione, ma c'è sempre chi non ne ha mai sentito parlare, ed è un piacere per me indicare la via della redenzione dal download illegale.

LAST FM: E' la RADIO SOCIALE su internet per eccellenza. Ed è anche la mia preferita, poiché mi ha permesso di scoprire moltissima nuova musica e di ampliare notevolemente i miei orizzonti sonori. E' possibile creare il proprio profilo e tenere traccia dei propri ascolti, creare playlist, ascoltare la radio dei vicini o dei consigli (i vicini sono gli ascoltatori con gusti musicali simili e i consigli vengono individuati in base alla musica ascoltata durante la settimana). Da non sottovalutare, infatti, è la dimensione SOCIALE di last.fm, avvero la possibilità di avere "amici" e "vicini", di iscriversi a gruppi di discussione (ce ne sono di ogni tipo: dai fan group a quelli tematici; ci sono persino quelli anagrafici), di lasciare messaggi nella bacheca di altri utenti, dei gruppi, dei musicisti. Il sito possiede anche un dettagliato calendario degli eventi: la ciliegina sulla torta è che non devi fare neanche lo sforzo di cercare i concerti dei tuoi artisti preferiti, poiché accedendo al link "eventi consigliati", trovi luogo e data dei live che potrebbero interessarti, calcolati sempre in base ai tuoi ascolti. In questo modo non rischi di perdere neanche un concerto.
Il sito funziona anche da database di informazioni sui gruppi: per ogni artista sono presenti una biografia, delle foto e recentemente anche dei video, oltre alla discografia e alla preview degli album. I tag permettono di individuare il genere.
Riassumendo: i pro sono la dimensione sociale, la possibilità di scoprire nuova musica (che il 90% delle volte ti piace sicuramente perché è calcolata in base agli ascolti di utenti con gusti simili ai tuoi. La componente "umana" e democratica della selezione, rende questa funzione molto più interessante di un mero calcolo di somiglianze fra gruppi fatto da case discografiche o critici musicali), le dettagliate panoramiche sui gruppi: video, album, foto, biografie ecc.
I contro: non è possibile ascoltare esattamente il brano o l'album che si desidera. A volte alcuni artisti mettono a disposizione lo streaming di tracce complete o il download di brani. Ma sono alquanto rari.

JANGO: Altra "Social Internet Radio", diretta concorrente di Last.fm. Il sito è in versione BETA, quindi i difettucci che elencherò potrebbero essere migliorati in futuro.  Differenze: non c'è un software da scaricare, perciò la radio non tiene traccia degli ascolti quotidiani, ma solo di quelli effettuati tramite il sito. Questo non permette di restituire un ritratto realistico delle proprie preferenze. Altro difetto rispetto a last .fm è una piattaforma di socializzazione molto meno sviluppata, quasi germinale, e un catalogo musicale abbastanza completo, ma non ai livelli della concorrente, dove è possibile trovare anche artisti ascoltati letteralmente da 4 gatti. Vantaggi: puoi ascoltare direttamente l'artista (e anche il brano) che ti interessa. I musicisti simili proposti sono più "fedeli" alle proprie aspettative, poiché si basano su affinità ufficiali. Inoltre puoi eliminare dalla lista quelli che non ti interessano e aggiungerne altri.
Per spiegare meglio la differenza di calcolo delle affinità fra i due siti, farò un esempio concreto.
Su Jango cerchi gli  Einstürzende Neubauten, e come artisti simili ti vengono proposti i Coil, i Ministry, i Nin Inch Nails, i Throbbing Gristle ecc. Insomma, gli industrial ufficiali.
Se invece cerchi gli EN su Last.fm, oltre ai succitati, potrebbe capitarti di ascoltare anche un Nick Cave And The Bad Seeds, che non è affatto un male, anzi... però non è sicuramente industrial.

Queste le radio sociali. La ragione per frequentarle non è ascoltare un determinato brano, ma a scoprire nuova musica e socializzare. Se invece non te ne importa niente di socializzare ed esplorare, ma vuoi semplicemente scaricarti un album legalmente o ascoltarlo per intero per valutarne l'acquisto (e non con quelle inutili preview di 30 secondi: qualcuno mi spieghi come si fa a valutare un brano ascoltando solo i primi 30 secondi! Magari un pezzo progressive o di elettronica sperimentale), leggi oltre.

Il sito è italiano e permette di scaricare gratuitamente interi album. E legalmente. I diritti sono pagati attraverso la pubblicità (devi sorbirti 30 secondi di spot ogni volta che scarichi un brano, ma puoi anche abbassare il volume e guardare altrove.) Il catalogo è abbastanza ampio e variegato, anche se insoddisfacente poiché manca circa il 95% della discografia mondiale. E sono stata generosa. Tuttavia, anche questo sito è in versione BETA e l'offerta sarà sicuramente ampliata. Attualmente, pescando dei nomi a caso, si possono scaricare album dei Led Zeppelin, dei Red Hot Chili Peppers, dei Dream Theater ecc. C'è anche un buon catalogo jazz e blues. Altri piccoli difetti: i brani sono in formato wma e protetti da drm. Questo significa che sono controllati e non puoi ascoltarli sull'ipod. Inoltre i brani scaricati sono privi di tag. Questo magari è un difetto solo per me che sono pignola e amo catalogare i miei dischi, ma se desiderate tenere in ordine la vostra musica attraverso una catalogo multimediale, i tag sono essenziali.
N.B.: Attualmente il sito presenta problemi nel funzionamento del download per i possessori di Mac.

Questo sito francese è la realizzazione del sogno di tutti gli appassionati di musica. Permette di ascoltare gratuitamente (quasi) tutta la musica che vuoi. Scegli esattamente il brano, l'artista o l'intero album e premi play: la qualità è discreta e il catalogo è espandibile. Significa che se manca il brano che vuoi ascoltare... puoi caricarlo tu stesso (previo consenso del webmaster). E' un pò un controsenso, ma è normale che un sito appena nato non possa contenere tutta la discografia prodotta su questa terra. Quindi o aspetti qualche mese che altri volenterosi procedano all'implementazione del catalogo, oppure ne approfitti, perché non si sa quanto a lungo un'iniziativa del genere possa sopravvivere. Altre chicche del sito: possibilità di creare playlist e di condividerle sul proprio blog.

Questo si può fare anche con last.fm, ma con ingenti limiti, alcuni superabili con qualche trucco, altri no. Ad esempio la playlist di last.fm deve contenere almeno 15 artisti diversi e può essere ascoltata solo in ordine casuale. Il primo limite si può superare con un trucco (vedete infatti la mia playlist della settimana. Si chiama NIXA (indovinate perché...) ed è composta solo da brani di Nick Cave And The Bad Seeds e degli Einstürzende Neubauten. Il trucco è questo: caricate i 15 artisti richiesti. Da lì in poi siete liberi di mettere anche 20 brani dello stesso artista. Dopo che avete creato la vostra sequenza, cancellate i primi 15 brani di artisti diversi, et voilà... il limite è aggirato. Purtroppo la riproduzione casuale non si può eliminare.)
Invece con Deezer condividete la playlist che avete creato, anche con i brani di un solo artista e con la possibilità di ascoltarli nell'ordine desiderato. Perché non ho sostituito la playlist last.fm con quella di Deezer? Eh, quella di Deezer andava lentissima e si bloccava. Infatti, in alcuni momenti particolarmente sovraccarichi della giornata, Deezer va a singhiozzo. Se il problema è stato risolto per quanto riguarda l'ascolto diretto sul sito, pare ci siano ancora rallentamenti nella fruizione delle playlist condivise.

Spero di esservi stata utile, e BUON ASCOLTO!

sabato 22 dicembre 2007

Rivoluzioni interiori e inutili classifiche.

L'evento più gratificante della scorsa settimana è stato l'ascolto dell'ultimo lavoro degli Einstürzende Neubauten, Alles Wieder Offen e la scoperta di questo rivoluzionario collettivo berlinese e di Blixa Bargeld, poeta, musicista, intellettuale, performer teatrale. E' stato un momento fondamentale, e fonte di grande eccitazione, perchè sapevo che sarebbe stata un'altra piccola rivoluzione interiore, come quando ho letto per la prima volta le Illuminazioni di Rimbaud a quattordici anni (ricordo ancora il giorno in cui ho avuto fra le mani quell'edizione millelire, quando non sapevo ancora che mi avrebbe cambiato la vita). O quando in una notte insonne di ultimo anno di liceo sono capitata su fuori orario e ho visto "Un anno con 13 lune" di Fassbinder (e ho deciso che avrei studiato cinema). Probabilmente se avessi conosciuto gli Einstürzende qualche anno fa l'impatto sarebbe stato più potente (ma come ho fatto a farmeli sfuggire per tutti questi anni, con tutta la musica che ascolto poi?) Ero in fissa con l'arte e il teatro espressionista, mi interessavo a body artisti e performer del corpo post-organico, ho anche recitato un paio di volte con Judith Malina e il Living Theatre... insomma gli anarchici terroristi sonori "Nuovi edifici da abbattere" sarebbero capitati a fagiolo. Ma non è mai troppo tardi per le rivoluzioni, altrimenti si è vecchi, o già morti.
Questo lungo preambolo per una stupida classifica? E perché no...

Disco dell'anno va a....

ARCADE FIRE - NEON BIBLE
Che si aggiudicano anche il miglior LIVE 2007


Subito seguiti dagli
Einstürzende Neubauten, ovviamente, con Alles Wieder Offen





Il terzo posto ex-equo a i RADIOHEAD per In  Rainbows (che si aggiudicano anche il premio PEGGIOR album cover... e mica la posto... sta male accanto al magico cuore di lana) e agli AKRON/FAMILY per Love Is Simple (che vincono invece il premio MIGLIOR album cover)



Seguono, in ordine casuale:

Animal Collective – Strawberry Jam
Marmellata sonora di psichedelia, folk ed estatici filamenti di pop
Burial - Untrue
Inquietudine, spleen, visioni suburbane nel dubstep metropolitano.
Jens Lekman – Night Falls Over Kortedala
Romanticismo e ironia per un pop senza tempo
Odawas – Raven And The White Night
Paesaggi cinematografici fra Morricone, Lynch e Pink Floyd.

E ancora, nostri signori dell'oscurità e dei sogni:
The Warlocks – Heavy Deavy Skull Lover
To Kill a Petty Bourgeoisie - The Patron

E ci sarebbero anche gli Okkervil River, Air, Iron % Wine, Stateless, Efterklang, Modest Mouse... ma le classifiche devono fermarsi a dieci, perché tante sono le dita della mano. E dei piedi. E se avete più dita siete liberi di pescare un disco a caso fra quelli dei musicisti sopra nominati.

lunedì 17 dicembre 2007

La radio del cronopio

Come si può notare dalle due poesiole qui sotto, non sono stata molto bene ultimamente. E ascoltare ripetutamente la discografia completa dei The Black Heart Procession non è stato molto d'aiuto.
Ve li consiglio caldamente, tutti i dischi: 1, 2, 3 (si intitolano così), The Spell e Amore del Tropico. E non solo perché i Radiohead vi sembreranno degli allegri ottimisti al confronto, ma per l'intensità e la qualità musicale delle loro ballate.
E, mentre mi ripropongo per l'ennesima volta di aggiornare più spesso questo blog, vi segnalo una novità.
Avrete notato il simpatico gadget che ho sistemato sotto il maialino. E' la mia playlist di last fm. Ogni settimana (per l'esattezza il lunedì o il martedì) seleziono per voi 20 brani bellissimi (la prima playlist ne conteneva 50, ma è troppo impegnativo selezionare 50 nuovi brani ogni volta... e comunque chi li ascolterebbe tutti? Direi che 20 bastano).
Per ascoltare la radio del cronopio, quindi, basta cliccare sul play lampeggiante e godere di 80 minuti circa di musica di qualità (oggi, la modestia si spreca).
Buon ascolto!

giovedì 6 dicembre 2007

To Kill A Petty Bourgeoisie - The Patron

Arriva dal Minneapolis un nuovo duo uomo-donna: Jenha Wilhelm (voce, multistrumentista) e Mark McGee (elettronica, multistrumentista). “The Patron” è il loro album di debutto per l’etichetta indipendente Kranky.


Il genere è una raffinata miscela di elettro-noise su scenari gotici, trip-hop (i Portishead più cupi) e dream-pop alla Slowdive scarnificato in uno shoegaze che richiama i Bloody Valentie più eterei. Ecco le radici sonore del duo, ma il risultato è una pianta aliena e malsana, con foglie traslucide dagli strani colori, sicuramente velenosa. Sì, perché, una volta superata la diffidenza iniziale (non è proprio un ascolto facile) ne sarete dolcemente intossicati, sempre più desiderosi di scoprire le sottilissime trame che compongono questo indefinibile e mistico tessuto sonoro di rumori, ritmi trip-hop, cantilene dolcissime e solenni (ascoltate Lovers & Liars, con ritmi da luna park in uno straniante loop, graffi noise, e il canto da Alice nel paese delle meraviglie Dark di Jenha).
E’ un contrasto straniante quello che dà vita al suono unico di questo disco, fra la voce limpida, sensuale, onirica di Jenha Wilhelm, e il tessuto sonoro elettro-noise cupissimo, straziato, eppure mai sgradevole, come se l’orrore debba esser presentato con dolcezza e distaccata gentilezza.
Anche quando è sporcata e campionata la voce resta limpida, su un altro livello, pare non mescolarsi mai con la musica, ma le scorre accanto, la sfiora, l’accarezza. E’ un contrasto alchemico: anche il passaggio sonoro più distorto, sporco e rumoroso, diventa pura armonia angelica.
E’ dalla prima traccia che è subito messa a nudo l’anima del disco: tre forti squarci di rumore su un vischioso tappeto elettro-dub-noise, che mettono subito in chiaro il territorio sonoro piuttosto respingente per chi è abituato ad ascolti più leggeri. Entra la filastrocca dark di Jenha e sappiamo che non possiamo più scappare: è il canto della sirena, che ci porta in lande pericolose e affascinanti, dove ci sembra di riconoscere una Bjork cadaverica e malvagia, un trip-hop ancora più slow, suonato da devianti mentali, lo shoegaze che abbiamo immaginato siano soliti suonare nell’Ade. Insomma ci sembra di riconoscere riferimenti musicali, generi, ma sono tutti capovolti, come in Alice Oltre lo Specchio, sono diversi da come li ricordiamo, come in un sogno. O in un bellissimo incubo. Per avere ancora un’idea del risultato finale di questa alchimia voce-suono immaginate un film di Shinya Tzukamoto. O semplicemente uno di quegli Horror Coreani e Giapponesi, in cui la protagonista, vittima e regina del male, è sempre una ragazza tanto incantevole quanto inquietante, o più spesso una bambina, dal viso pallido e gli occhi glaciali. E immaginate i luna park deserti di notte, i carillon che suonano quando qualcosa di spaventoso sta per accadere (non a caso c’è un carillon in coda a Dedicated Secretary , e le litanie circensi fanno spesso capolino, seppur abilmente camuffate, dalle trame sonore di varie tracce, come nella già citata  Lovers & Liars, o in I Box Twenty). Eppure la voce di Jenha non è mai crudele, ma vi accompagna con dolcezza, a volte cantando una ninna nanna, su ritmi di marcetta e dissonanze, come negli otto minuti di The Man With The Shovel. O quando finalmente si apre quasi lieta nel liberatorio finale, Window Shopping, un risveglio in cui scompaiono le trame sonore angoscianti, quegli incubi rarefatti che non dimenticheremo facilmente.
Un poema saturnino da ascoltare più volte, un regno incantato da attraversare con abbandono.

Recensione pubblicata su ROCK ACTION

mercoledì 28 novembre 2007

LOVE IS SIMPLE - Akron/Family


Siete pronti a partire su questo pulmino colorato in un viaggio nel tempo e nello spazio verso l’america che abbiamo conosciuto solo nei sogni e gli anni 60 immaginati più fulgidi d’amore, quel tempo che forse è esistito solo in punta di note e parole di canzoni, siete pronti a partire per la terra del “tutto è possibile”?
Allora lasciatevi andare senza paura, buttatevi in questo variopinto trip musicale, perché a prendervi ci saranno le braccia calde e amorevoli della Famiglia Akron.
Aprite quello sportello fresco di vernice rossa e salite. Love, Love, Love (Everyone) vi accoglie con quell’incedere solenne e spensierato che si sentiva nelle ballate più romantiche e trascinanti dei Beatles. Bene, siete saliti. Un battito di mani saluta il nuovo arrivato, accendiamo il motore, parte la seconda traccia. E il clap clap si trasforma nelle acclamazioni concitate, ritmate, festose e inquiete di un’orgia tribale, un rituale, un sabba per la liberazione sessuale. Ed Is A Portal lancia strali di psichedelia, raga e cantilene corali verso l’infinito. La coda elettronica vi ricorda che siamo nel 2007, ma niente paura, nella Famiglia Akron il tempo non ha importanza, anche la melodia più beatlesiana suona nuova e potente. Come nella traccia successiva: Dont’ Be Afraid, You Are Already Dead. Don’t Be Afraid, It Is Only Love: Love Is Simple.
L’introduzione di I’ve Got Some Friend potrebbe averla scritta Frank Zappa in persona. Ma poi ti ritrovi a viaggiare nella California dei Greatful Dead, fra country e psichedelia.  Hai perso l’orientamento. Le luci si offuscano. E’ il tramonto, è una preghiera? Lake Song/New Ceremony e sei nel deserto a cavallo di un coyote. Hai mangiato qualche fungo di troppo. Ma una voce incredibilmente dolce ti rassicura, ti tiene per mano, mentre cavalchi su cori tribali femminili (scomparse le chitarre) verso il tuo spirito guida.  E via anche la melodia, siamo in piena trance: lamenti e voci scarnificate che esplodono e ti ballano nella testa possedute dagli dei del rock. La nuova cerimonia introduce al cuore pulsante del viaggio, There’s So Many Colors (è anche significativamente al centro del disco). Aprono salmodianti cori femminili, si infiltra una chitarra acida, accordi errabondi che ricordano ancora i Greatful Dead e la risoluzione in una ballata folk che dipinge immensi cieli blu, vallate e montagne. Nel crescendo musicale il viaggio sembra sempre più magico, la vita è improvvisamente piena di colori e di amore, e dopo il festoso jam finale, un contrappunto sonoro più lento e riflessivo vi prepara al brano successivo: Crikets.
Con questa delicata folk song facciamo una sosta per guardare il paesaggio, pensare alla strada che abbiamo fatto finora, scambiarci qualche tenerezza.
Phenomena inizia con una melodia canticchiata, uno di quei motivetti eterni che vi sembra di conoscere da sempre, come una favola che vi hanno raccontato da bambini. Ed è un contrappunto continuo fra giri di chitarre alla Creedence dal sapore rock più puro e il ritorno di quella dolce melodia. Un match fra i ricordi d’infanzia, il desiderio del calore famigliare e del piacere delle piccole cose, e la ribellione, il salto nell’età adulta, la volontà di correre senza freni.
Pony’s O.G.: siamo sulla riva di un fiume a meditare sulla vita, sotto la luce autunnale di questa ballata country. Improvvisamente la voce riverbera elettronicamente in toni da space rock, un corno lancia un lungo richiamo e dal nulla spunta un gruppo di vampiri metropolitani, che fra acide trombe jazz vi porta nelle sensuali e pericolose strade di una città: insegne, neon, squarci di vita notturna, sesso e droga. Ma no, non è New York, saremo in qualche città di provincia del Texas: e il coro che ci sembrava di vampiri è in realtà dei nostri cari vecchi Akron che hanno fatto un po’ tardi a suonare in un locale. Of All The Things e finiamo il viaggio in festa. Apre con fiati e cori incalzanti: sembra di stare a un funerale irlandese. Ci siamo ubriacati, abbiamo ballato, ci siamo divertiti, ma lo sappiamo: è quasi ora di tornare a casa. Le chitarre bruciano ancora indiavolate, gli Akron/Family cantano a pieni polmoni, ma le luci pian piano si spengono, il pulmino hippie si ferma. Love, Love, Love (Reprise). Torna il tema iniziale. Ci abbracciamo. Ci salutiamo, un po’ tristi, ma più ricchi. La musica riecheggia sempre più lontana e restiamo soli nell’alba slavata, felici e sbronzi, ad ascoltare i suoni di rassicurante mistero mattutino.
E abbiamo subito voglia di far ripartire il disco e di iniziare un altro viaggio.

venerdì 26 ottobre 2007

...A TOYS ORCHESTRA - Technicolor Dream

Non la conoscevo questa giovane band campana quando un paio di settimane fa sono andata al concerto di promozione del nuovo album. I Toys li avevo intravisti solo sulla chart dei miei vicini musicali su lastfm, ma non vi avevo prestato attenzione. E’ vero che i miei vicini hanno degli ottimi gusti (d’altronde sono “vicini” proprio perché i loro ascolti sono molto simili ai miei), però a volte mettono su della roba raccapricciante e, siccome per ora non ho prove certe che vivrò in eterno e che in paradiso si rockeggi, non posso ascoltare tutti i dischi che escono. Poi, visto che era un sabato e non avevo nient’altro da fare, sono andata al Circolo a vederli, senza molte aspettative.
Sul palco sono timidi, quasi gelidi, suonano un po’ sulle loro, senza interagire col pubblico, a là Arctic Monkeys. Ma la musica è potente, si percepisce dalla prima canzone che possono competere con le migliori indie band in uno scenario internazionale.
Ricordo che durante il concerto ho pensato: ah, ecco, si chiamano A Toys Orchestra perché gli piace giocare con la musica, rimodulare i riferimenti ad altre band con freschezza e originalità, come fanno i bambini (anche se il risultato è tutt’altro che naif), e perché nelle canzoni si respira un’aria da vecchi giocattoli fatti a mano, buffi e inquietanti. Se questa descrizione vi ricorda i giochi delicati, ma stucchevoli delle sorelle Cocorosie, devo precisare che gli A Toys Orchestra ne sono molto lontani: il loro è rock puro e incisivo, che non stanca, ma cresce con gli ascolti.
Se nel precedente disco Cuckoo Bohoo erano fin troppo ancorati al modello noise rock dei Blonde Redhead, in Technicolor Dream trovano una strada sonora originale, seppure ricca di riferimenti che vanno dai Beatles di Stg. Peppers ai Pink Floyd, dal Nick Cave delle Murder Ballads fino ai più recenti Coldplay.
C’è malinconia e passione in questo disco, canzoni di chitarre e retrogusto folk, canzoni che si aprono con carillon di pianoforte ed esplodono in ballate melodiche di raro impatto, toni epici e pop più leggero, raffinati inserti elettronici e cori indie, linee melodiche bellissime incupite da sonorità noise. Ogni canzone é ricca di cambi ritmici, pastiche stilistici raffinati che impreziosiscono l’impasto sonoro, senza fargli perdere la freschezza e la capacità di emozionare. Tredici tracce che si susseguono compatte e senza cadute di tono, che avvincono come i capitoli di un romanzo (mmm… se fosse un libro? La bottega dei giocattoli di Angela Carter).
Uno dei migliori album del 2007 nello scenario internazionale. Il migliore sicuramente in quello italiano.
Tracklist:
  1. Invisible
  2. Cornice dance
  3. Mrs. Macabrette
  4. Letter to myself
  5. Ease off the bit
  6. Powder on the words
  7. Amnesy international
  8. Santa Barbara
  9. Bug embrace
  10. Danish cookie blue box
  11. Technicolor dream
  12. B4 I walk away
  13. Panic attack #3
Qui potete ascoltare la bellissima Cornice Dance e vedere Power of the Words e Peter Pan Syndrome

sabato 13 ottobre 2007

Le mie webzine musicali preferite

And the winners are....

www.ondarock.it/

www.sentireascoltare.com/index.php
(disponibile anche come magazine cartaceo)

www.kalporz.com/

Ottime recensioni, esaustive monografie, interviste e articoli interessanti sui gruppi più o meno noti, forum e community, tutto all'insegna della qualità. Per seguire le nuove uscite e per scoprire facilmente quegli artisti e album di cui sareste venuti a conoscenza solo dopo ascolti fortuiti o affannose ricerche. Una lettura raccomandata per tutti gli appassionati di musica.

venerdì 12 ottobre 2007

No Direction Home. Bob Dylan

Il trend generale di questo spazio dovrebbe essere di commentare o recensire film nelle sale e serie televisive recenti, tuttavia ho trascorso le ultime 5 ore (204minuti di film + speciali) a guardare il documentario di Martin Scorsese su Bob Dylan e, al momento, non riesco a pensare ad altro.
Attraverso interviste a produttori, poeti, musicisti (fra cui Ferlinghetti e Joan Baez), materiali video di concerti ed eventi (fra cui un provino girato da Andy Warhol e l'emozionante discorso di Martin Luther King al Lincoln Memorial) Martin Scorsese racconta i primi anni della carriera di Bob Dylan come folk singer, fino alla svolta rock di Highway 61 Revisited, vissuta dai fan come un tradimento (1961-1966).
E' il titolo (preso da una bellissima canzone del "menestrello indipendente") che suggerisce la chiave di interpretazione del film e della figura del musicista. Un artista complesso, sempre in movimento (like a rolling stone) che rappresenta lo spirito di un'epoca fluida e ribollente, un'epoca di cambiamenti e rivoluzioni, in cui si sentiva che tutto era possible, anche dominare la Storia. Così anche la vita e l'arte di Bobby sembra non voler prendere una direzione precisa, non volersi chiudere in etichette e dogmi, sia musicali (la svolta elettrica di Higway 61), sia politiche (il rifiuto di Dylan di essere strumentalizzato politicamente, pur rappresentando una guida e un punto di riferimento per i movimenti pacifisti e di sinistra).
Ve lo consiglio anche se non siete fan di Bob Dylan (è d'obbligo l'acquisto del dvd, ricco di performance e altre chicche nei contenuti speciali, se lo siete).
Perché, da grande autore qual è, Scorsese non racconta solo la storia del musicista, ma tutto lo spirito di un'epoca e pone questioni sempre attuali, come il dilemma che l'artista deve affrontare quando vuol esprimere la propria indipendenza, pur trovandosi a rapprentare le aspettative e le idee di un'epoca.

giovedì 11 ottobre 2007

Radiohead – In Rainbows. Parte I. Yes, I am a dreamer.

Parlando di In Rainbows, l’ultimo album dei Radiohead, non si potrà fare a meno di accennare all’avanguardistica strategia di marketing che ne ha preparato l’uscita.
Nessun contratto con una casa discografica, nessuna anticipazione e copie omaggio a giornali e riviste del settore. L’album sarebbe uscito solo online lo stesso giorno, per tutti: il 10 ottobre 2007. Il prezzo? It’s up to you. Offerta libera, anche niente. Per fan, collezionisti, amanti del vinile e degli artbook c’è il super cofanetto a 40 sterline, ordinabile dallo stesso sito.
Si è parlato di scavalcamento dell’industria discografica, di nuove forme di distribuzione e di tutto quello che un gesto del genere comporta . Ma non si tratta solo di marketing: con quel “It’s up to you” i Radiohead, da sempre fuori dagli schemi in campo musicale, rovesciano le leggi del mercato. Sia chiaro, l’economia di mercato è una mostro difficile da abbattere e questa strategia, sui grandi numeri, è insignificante e frivola, ma porta anche nell’industria discografica quello che a livello globale (e con conseguenze ben più serie) sta tentando di sconvolgere il Moloch indifferente e inumano dell’economia di mercato, l’economia per cui il prezzo è deciso da domanda e offerta, senza interferenze morali. In breve: l’idea di questa nuova economia è che l’etica non dovrebbe mai essere scissa dall’economia, che la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non si valutano solo attraverso i tradizionali indicatori (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore positivo.
Sì, trovare i Radiohead e l’economista indiano Amartya Sen (autore di “Etica ed economia”, “Risorse, valori, sviluppo” ecc.) nella stessa pagina, potrebbe sembrare blasfemo, forse inopportuno ad un primo sguardo. Ma il principio è lo stesso: riportare la soggettività, i valori, l’etica, l’umanità nell’economia.
E penso che la decisione dei Radiohead di distribuire il nuovo disco a offerta libera, sapendo del loro orientamento politico e dell’interesse per il libro di Naomi Klein, sia una mossa consapevole in questa direzione.
Il prezzo lo decidi TU, non il mercato, questa indifferente e oscura entità metafisica che se ne sbatte dei tuoi bisogni morali, esistenziali e sentimentali. Tu, individuo responsabile e complesso, con la tua storia di vita, i tuoi gusti, il tuo modo di pensare.
Non una variabile in una equazione matematica, sullo stesso livello di altre variabili incorporee come domanda e offerta, non uno stupido puntino nella massa di cui si possano calcolare e decidere i bisogni e le preferenze (musicali, letterarie ecc.).
Insomma, portare nell’industria culturale e discografica principi che stanno cercando di smuovere l’economia di mercato a livelli “primari”, è un gesto di rara intelligenza e sensibilità.


A breve la seconda parte (recensione del disco)

Radiohead - In Rainbows. Parte II. RH Arp



Ma ora veniamo al disco. Il mio timore era proprio questo: In Rainbows resterà nella storia del marketing e dell’economia, ma avrà un posto anche nella storia della musica? Certo, i Radiohead in quanto band il posto già ce l’anno con i capolavori Ok Computer e Kid A/Amnesiac. Tuttavia, dall’ascolto delle registrazioni live che circolavano da un paio d’anni delle 9 tracce dell’album, non mi aspettavo grandi rivelazioni. Infatti In Rainbows non è una rivelazione (poteva esserlo se fosse stato il loro primo o secondo album…). Semmai è una conferma.
Ad un primo ascolto si rivela subito come un album compatto e coerente (come lo era Kid A, cui si avvicina anche per brevità: poco più di 40 minuti). Infatti, chi ha ascoltato solo le registrazioni live delle varie Arpeggi, Reckoner, 15 step, se le dimentichi: tutte splendide canzoni, ma acquistano un quid in più solo come pezzi dell’album, che va ascoltato rigorosamente per intero.
I Radiohead sembrano meno inquieti, meno sperimentatori di nuove sonorità, ma più sicuri di sé, del proprio stile e della capacità di creare canzoni bellissime, perfette e senza tempo.
Come in un teorema hegeliano, il rock malinconico e straniato di OK Computer era la tesi,  le sperimentazioni sonore di Kid A/Amnesiac l’antitesi, Hail To The Thief un primo, imperfetto tentativo di sintesi e finalmente In Rainbows è la sintesi matura e coerente del lavoro dei Radiohead. No, non hanno rivoluzionato ancora una volta il rock, non hanno tentato nuove strade (anche se si sentono aleggiare generi nuovi per la band, come il soul in Reckoner, o il reggae in House of Cards), ma hanno portato a maturazione tutte le idee che fermentavano nei precedenti album. Certo, questo potrebbe essere capovolto come un guanto e diventare un difetto: ormai si sono adagiati sul loro sound, quelle idee se nei primi anni fremevano e bruciavano, qui se ne stanno placide come in un caminetto sotto vetro. Niente di tutto ciò: se ad un primo ascolto l’album appare bellissimo, sì, ma in pieno stile Radiohead,  è solo dai successivi ascolti che si scovano le sorprese, si intravede la laboriosa filigrana dietro la compattezza delle canzoni, si comprende che non si tratta di maniera, ma di complessa maturità.
I beat di Reckoner introducono il disco bruscamente, come uno schiaffo. Poi si inseriscono il cantato ondivago di Yorke e un tappeto più morbido di chitarre e synth a contrappuntare i beat con variazioni ritmiche. Un gran pezzo per chi ha amato Idioteque.
Una cavalcata di chitarre come non se ne sentivano da Electioneering apre Bodysnatchers. Poi, a metà (un classico nella nuova forma-canzone Radioheadiana) il tono cambia, diventando più straniato e inquietante. Nude è una grande vecchia idea e non cambia molto dalle precedenti versioni, se non per l’accompagnamento acustico della chitarra.
E’ il titolo a dare la cifra stilistica di Weird Fishes/Arpeggi: beat elettronici e un arpeggio di chitarra che accompagna la struggente, emozionante voce di Yorke fino alla fine di una canzona destinata a diventare un classico.
All I Need è una canzone d’amore (l’amore maturo e profondo di una coppia, non più quello sofferto e negato di Exit music, né tanto meno quello adolescenziale di tante canzonette pop). E’ costruita su tre semplici elementi: variazioni di un accordo di un basso vibrante e distorto, un tessuto sospeso di batteria e synth e la voce di Yorke al massimo dell’espressività.
Faust Arp è l’inattesa perla dell’album: forse la canzone più leggera e fresca dell’intero repertorio radiohediano, eseguita da Yorke in una forma di cantato-parlato già sperimentata in A Wolf At The Door. Canto ritmato, chitarre folk e la sapiente orchestrazione d’archi di Greenwood. Il tutto in minore, naturalmente. In Reckoner, irriconoscibile rispetto alle precedenti versioni, Yorke si sperimenta come soul singer. Bellissima la coda finale, col canto che sale come un lampo di luce in un cielo crepuscolare. Restando negli assaggi di nuovi generi, House of Cards si apre con una chitarra dal sapore reggae e prosegue con l’aspirazione a diventare una delle più belle ballate di sempre. Da brividi il canto finale di Yorke.
Niente nella trascinante e intensa penultima traccia (Jigsaw Falling Into Place) lascia presagire che il sogno stia per finire, perché apre ancora nuovi scenari, ci porta lontano, sembra quasi l’incipit di un nuovo meraviglioso disco. Sono sempre un po’ sorpresa e delusa quando sento arrivare, troppo presto, l’accordo funereo di Videotape, con quel suono continuo di sottofondo, come l’ultimo pezzo di un nastro che si riavvolge. E’ una canzone bellissima, ma per me significa solo: è finito l’album.
E’ un pezzo malinconico e disincantato, come di un uomo che si guarda indietro e fa il bilancio della sua vita, e guarda i vecchi ricordi sottoforma di un filmino delle vacanze, un disco comprato all’università, un oggetto un po’ kitch che ha conservato troppo a lungo perché doveva significare qualcosa, ma non ricorda più bene cosa.
E’ strano come una canzone così chiuda l’album meno “triste” dei Radiohead.

mercoledì 20 giugno 2007

I Blonde Redhead nel futuro

Ieri sera sono stata al concerto dei Blonde Redhead.
E stanotte li ho sognati che viaggiavano nel futuro. Non si sa perché nè percome ma facevano tutti e tre un lungo salto temporale, nel bel mezzo di un concerto. E capitavano in un mondo dove gli uomini erano molto cambiati esternamente - la pelle tutta ricoperta di scaglie e croste, come un'armatura, forse una mutazione che li aveva fatti sopravvivere ai cambiamenti climatici - ma poco interiormente. Infatti anche nel futuro, guardacaso, erano in guerra.
I gemelli Pace e Kazu Makino nel salto temporale erano tornati bambini ed erano comprensibilmente confusi e scioccati, non solo per essersi ritrovati in età prepubere, senza neanche il fisico per impugnare una chitarra elettrica, e nemmeno per gli uomini-rettile che stavano lì dove pochi istanti prima c'era una folla di fan. No, prima ancora che i tre potessero intuire l'incredibile accaduto, gli uomini del futuro li avevano catturati, mostrando anche poco stupore e reverenza di fronte a degli autentici viaggiatori temporali, nonché antenati dalla pelle rosa e morbida e fantastici musicisti. E non avevano trovato niente di più originale da fare che mettergli degli imbuti in testa a mò di elmo e spedirli, separatamente, come super arma segreta, in mezzo ai tre eserciti che stavano partendo per la guerra.
I Blonde Redhead non solo erano tornati bambini, ma nel salto avevano subito una accelerazione molecolare o qualcosa del genere che li aveva resi simili a bombe H instabili. Una ferita, un colpo di troppo, e sarebbero apocalitticamente esplosi. E nel mezzo di uno scontro è piuttosto facile essere feriti.
Il primo a partire è il piccolo Simone Pace, stordito e inconsapevole, oramai lontano dall'assomigliare al favoloso cantante e chitarrista che sarebbe diventato o che era stato qualche secolo addietro.  Kazu e Amedeo, che hanno avuto qualche ora in più per pensare, iniziano ad elaborare un piano di fuga. E, deus ex machina, un ufficiale del consiglio di guerra, vagamente somigliante a Vincent Price, tranne forse che per scaglie, viene loro in soccorso. Non solo perché segretamente era un appassionato del noise rock del ventesimo secolo, che era qualcosa di simile all'apprezzare sinceramente oggi i canti gregoriani, ma anche per le solite mire segrete che gli ufficiali ambiziosi covano sempre da che trama è trama. Ho talmente assorbito le più becere e classiche strutture narrative che le applico anche nei sogni. Ed è questo a renderli divertenti, più simili a un piccolo film privato che a quell'accozzaglia confusa e incoerente di immagini e ricordi che solitamente sono i sogni. Tornando al nostro ufficiale simile a Vincent Price, la cui mira segreta era di chiudere i Blonde Redhead in un laboratorio, per dissezionarli e scoprire non il segreto della loro musica, ma della loro atomicità, vi risparmio una buona mezz'ora di sogno per dirvi subito che riesce nel suo piano, ma solo a metà.
Difatti riesce a recuperare il piccolo Simone Pace, che già stava ritrovando il suo talento componendo per i compagni agrodolci inni di guerra, un pò sperimentali, ma non per questo meno esaltanti. Ma fallisce quando tenta di portare i tre proto-musicisti finalmente riuniti nel laboratorio. Grazie all'astuzia e al precoce fascino di Kazu i Blonde Redhead riescono a fuggire e si avventurano da soli nel mondo del futuro, bellissimi e pericolosi.
Non possono passare inosservati con la loro pelle priva di scaglie, ma nessuno sa che basta ferirli per provocare un'esposione nucleare. E ad inseguirli ci sono un ufficiale pazzo, nonché fan deluso, e un intero consiglio di guerra. Cosa accadrà ai piccoli gemelli Pace a alla dolce Kazu? Riusciranno a sfuggire ai loro inseguitori, a non esplodere e a tornare in tempo per rispettare la scaletta del concerto?
Attualmente non lo so, poiché sfortunatamente stamattina ha suonato la sveglia. Spero di sognare il seguito e tornare a riferirvelo. Buonanotte.
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