Rapporti di ricerca sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici
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domenica 20 marzo 2011

Sorelle Mai di Marco Bellocchio

L'ultimo film di Bellocchio mi ha fatto tornare in mente quello che il mio insegnante di storia del cinema chiamava "cinema di poesia". Brevi, potentissime immagini che non si presentano come tasselli funzionali di una trama, ma attraverso il nostro sguardo e il nostro vissuto si accendono di vita, fanno riprovare un'emozione dimenticata, un ricordo che credevamo perduto.
Si tratta della vita di una famiglia raccontata in sei episodi che vanno dal 1999 al 2008. Il passaggio del tempo è dato dalla crescita di Elena, che da bambina vediamo diventare adolescente e dalle partenze e ritorni della madre Sara, a Milano col sogno di una carriera nel teatro, e dello zio Giorgio, che con la sorella ha un  difficile rapporto, anzi morboso, di amore e odio. Sempre presenti le due zie ottuagenarie, le sorelle del titolo, che non sono mai uscite dal paese, mai hanno lasciato la famiglia e le mura di casa (splendidamente riprese da Bellocchio in un chiaroscuro opprimente e caldo, al tempo stesso carcere e ventre materno).
Non apprezzo molto le storie intimiste, ma in questo film, anche se ci sta tutta la famiglia di Bellocchio, dalle zie ottuagenarie al figlio attore, anche se parla del suo paese natale, Bobbio, io ho rivissuto alcuni momenti della mia infanzia e certe sensazioni che provo quando torno a Matera e poi riparto, lasciando vecchie ferite, affetti sicuri e confortanti, fratelli e cugini che crescono senza di me, vite che avrei potuto vivere e da cui sono sempre scappata e che chissà, forse non erano così cattive. L'ho trovato un film poetico, struggente e vero; mi è piaciuto anche nelle piccole imperfezioni del suo sperimentalismo.
Alcuni girano interi film sulla pubertà e il passaggio all'adolescenza e non riescono a raccontare nulla di vero e significativo. A Bellocchio è bastata una breve sequenza. Nell'episodio precedente Elena era ancora una bambina che giocava con lo zio (e lui le diceva: basta con questi giochi, sei grossa, sei pesante adesso). E poi vediamo il ponte sul fiume che attraversa il paese affollato di ragazzini. Camera fissa, discreta, immagine sgranata. Elena cammina sorridente accanto a un tredicenne, mezzo bambino ancora. Ha la pelle abbronzata e dalla scollatura della canottiera estiva si intravedono i seni appena formati. Li vediamo arrivare in primo piano e uscire di campo, sorridenti di quell'allegria spavalda che si prova forse una sola volta nella vita.
Ora, ci sono anche un paio di cose che proprio non mi sono piaciute. L'episodio dell'insegnante distratta che, oltre al fatto che sta a pensione dalle sorelle Mai, non ha alcun legame con il resto del film. Alba Rohrwacher è una palla e recita sempre allo stesso modo. Potrebbe anche essere un intermezzo carino, in fondo, ma non ha alcun senso. La seconda cosa che non ho molto apprezzato è il finale. Conosco persone che per un finale sbagliato ripudiano tutto il film (o il libro). Per me ogni pagina di un libro, ogni fotogramma di un film o episodio di una serie ha pressappoco lo stesso peso. Conta il viaggio, non la meta. E questa gita di due ore sulle rive del Trebbia è stata piacevole e mi ha fatto ricordare belle cose.

martedì 25 marzo 2008

Onora il padre e la madre

Il plot è perfettamente deducibile dal trailer e si capisce subito che questo film è costruito su un ottimo soggetto, uno di quelli che fanno sentire odor di successo solo a raccontarli. Se poi lo affidi al regista giusto, uno con una solida carriera alle spalle condita da tre, quattro capolavori, sei sicuro di non sbagliare. Infatti il film ha avuto buone recensioni e discreto successo al botteghino. Personalmente questo film mi sembra uno di quei vestiti di marca e di ottima fattura che, per qualche ragione, tendono sempre a finire nei recessi oscuri dell'armadio dopo appena una settimana che li hai comprati.
Certo Lumet ha ottantré anni e fa ancora dei signori film. Ma ho sempre detestato i bonus anagrafici, del tipo "Suonano bene per avere dodici anni" (e ti ritrovi un disco di merda, sì, suonato da dodicenni, ma pur sempre un disco di merda); oppure "A novant'anni sa ancora tenere in mano la macchina da presa" (sì, ma trema un pochino... vogliamo considerarla una scelta registica?).
Non è questo il caso, perché Lumet ha ancora la mano ferma: il film è ottimo, montaggio interessante, eleganza registica consolidata, gran soggetto, attori superlativi. Eppure...
Il problema credo sia una eccessiva fiducia nella forza del soggetto, una concentrazione appena sufficiente ad affinare gli aspetti tecnici che tralascia la lavorazione drammatica.
Provo a raccontare la trama di quello che reputo uno dei capolavori di Lumet: "Quel pomeriggio di un giorno da cani".
Due tizi rapinano una banca e fanno degli ostaggi, ma perdono il controllo e finiscono male.
Mmmm... insomma, il soggetto è discreto, ma piuttosto comune. Ce ne saranno centomila di film con un plot simile. Non basta (o basta?) aggiungere che i rapinatori sono omosessuali e stanno facendo tutto il casino per amore. Tuttavia nel film c'è una verità, una luce drammatica che ti apre gli occhi e il cuore, mentre la tragedia cresce fra cruda ironia e sentimento represso.
Ora racconto in breve la trama di "Onora il padre e la madre".
Due fratelli rapinano la gioielleria dei genitori. Ma va tutto storto e la madre muore nel tentativo fallito.
Metti di mezzo la famiglia e le varianti dell'omicidio intra-famigliare (o del sesso) e la storia acquista 10mila punti. Su questo sembra contare Sidney Lumet (oltre che sulla propria esperienza e su un cast della madonna) quando imbastisce questo drammone domestico di sicuro impatto. "So' bravo, c'ho degli attori che prendono l'oscar solo se respirano, un soggetto che i produttori ti firmano l'assegno a occhi chiusi, il colpo è sicuro. Facile, facile, come rapinare la gioielleria di mamma e papà..."
Ma qualcosa va storto. D'accordo, non così storto come nel film, ma questa sicurezza dell'avere un buon dramma sulla carta e sul notevole faccione di Hoffman blocca le potenzialità del film. Non sembra sentito. Ottimo mestiere: un grande stilista con della stoffa di qualità. Ma chissà perché dopo una volta che l'hai messo, il vestito si eclissa nell'armadio.

sabato 20 ottobre 2007

Stardust di Matthew Vaughn.


Un muro separa il villaggio inglese di Wall dal regno fantastico di Stormhold. Non è molto alto e c’è anche una breccia piuttosto facile da attraversare, se si riesce ad eludere l’ottuagenario guardiano esperto di arti marziali. Tristan, un giovane garzone sognatore, per conquistare l’amata Victoria, promette di avventurarsi aldilà del muro e di portargli in dono una stella caduta.
Inizia così uno dei migliori film fantasy degli ultimi anni, che riprende la tradizione della fiaba cinematografica rocambolesca e ironica che fu dei classici della nostra infanzia: Legend, Lady Hawke e su tutti, La Storia Fantastica. Il tutto riverniciato con moderni effetti speciali e tanta computer grafica.
Il giudizio, tutto sommato positivo, si rimodula se si pensa che la buona qualità del film devo molto all’eccellente materiale da cui è tratto. Infatti, l’ironia del tono, l’arguta caratterizzazione dei personaggi, l’intelligenza della storia e tutto quel che differenzia questo film da tanta altra paccottiglia fantasy televisiva e cinematografica, che tutto fa tranne che stimolare la fantasia, era già nel libro omonimo di Neil Gaiman.
Se il film riesce ad esprimere le stesse qualità, può considerarsi dello stesso valore? Sì, se ci fermiamo all’ottima fattura dello script e della sceneggiatura. No, se guardiamo al linguaggio filmico, ovvero alla sintassi e allo stile del film.
Neil Gaiman nel suo Stardust riprende gli archetipi, i temi, i personaggi delle fiabe (le tre streghe che mangiano i cuori di innocenti fanciulle per ringiovanire, le lotte fra i pretendenti al trono, le tre prove da superare, gli aiutanti magici ecc.) per creare una fiaba classica in un linguaggio moderno e personalissimo. La forza del linguaggio di Gaiman sta nelle similitudini inattese e mai banali, nell’effetto ironico delle metafore e giochi retorici, nell’accostamento di archetipi e figure classiche a oggetti, miti e stili della modernità: così troviamo angeli caduti che ascoltano i Queen in macchina (Good Omens), antichi dei africani che amano partecipare al karaoke (American Gods), personificazioni della morte che vestono punk e hanno camerette tutte poster e orsacchiotti (Death). Anche quando tiene fuori gli oggetti della modernità, come in Stardust, lo stile di Gaiman resta riconoscibile.
E’ proprio quello che non accade nel film. Dopo aver fondato la sceneggiatura sulle solide basi del libro, il regista continua e prendere in prestito linguaggio e stile da altri film. Così vediamo ridondanti musiche in crescendo, riprese a volo d’angelo che scendono in picchiata nei palazzi, personaggi solitari in ampie e verdi vallate… direttamente dalla trilogia di Jackson de “Il Signore degli Anelli”. Il resto è pura accademia: giunzioni di montaggio che non aggiungono alcun senso alla storia, come quella delle rune (che significano quelle inquadrature? Che le rune vanno di moda a Stormhold?), un classico salsicciotto montato in modo un po’ ridondante e maldestro (mi riferisco alla sequenza sulla nave in cui Tristan impara a dar di scherma e la stella a danzare) e un discreto uso della computer grafica.
Insomma, se vedessi un altro film dello stesso regista, non credo che direi: toh, un film di Vaughn! Ed è un peccato che il progetto non sia stato affidato ad un regista in grado di usare in modo meno scolastico la sintassi filmica.
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