Rapporti di ricerca sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici
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sabato 4 dicembre 2010

Il caldo e il freddo

È una tradizione solida e radicata quella di formare due partiti opposti ogni volta che viene introdotto un cambiamento. C’è anche chi si pone nel mezzo e cerca di individuare razionalmente rischi e vantaggi di tale cambiamento, ma si tratta di pochi, freddi pensatori “neutrali” (come se ovunque fosse necessario allestire un campo di battaglia). Se parli con passione, se sei caldo, devi schierarti. Così anche per gli ebook si sono formati due schieramenti ed entrambi si crogiolano al fuoco d’una parola presa in prestito dai due linguaggi più caldi della nostra storia: quello del sesso e quello della religione. Ah, la parola è feticismo.
Ci sono da una parte i feticisti della carta, dall’altra i feticisti della tecnologia.
Non voglio parlare qui del futuro dell’editoria, dei vantaggi e degli svantaggi dei nuovi supporti di lettura, dei nuovi scenari economici e culturali che tale innovazione può aprire. Mi interessa parlare degli “affetti”, dei sentimenti profondi, irrazionali, ma non per questo meno validi, che suscita l’ipotetica fine del libro stampato.
Probabilmente ai magnate dell’editoria che si apprestano a varare le navi del nuovo formato, non gliene importerà una cippa di fragili, evanescenti nostalgie per l’odore dell’inchiostro, per la ruvida, calda consistenza della carta e via dicendo. Oppure gliene importa, ma sanno che le passioni, in guerra come nel business, si costruiscono. Con la pubblicità, con i dibattiti in tv, con tutti gli strumenti di persuasione che, nella nostra epoca, rinunciando in gran parte alla violenza esplicita, hanno raggiunto vette impensabili in tempi meno "illuminati".
Il libro, comunque, è un colosso difficile da battere nella coscienza collettiva. È una cosa grossa, forse al livello della teoria della terra piatta o del sole che ci gira attorno. Stiamo parlando di qualcosa su cui sono state fondate intere religioni. E non venite a dire che contano le parole che sono nel cuore e che viaggiano nello spirito, perché quelle parole sono state vergate prima nella pietra, poi sulle pergamene o altre robe che dovrei aver studiato archeologia per sapere, poi ricopiate a mano da monaci pazienti e infine stampate su fogli di carta, ma sempre, sempre palpabili, annusabili, leccabili… e provate pure a leccare lo schermo di un computer e vedete se non prendete la scossa.
Sono state scritte su supporti solidi, caldi. Non sono parole immateriali, fredde.
Ecco, di questo m’interessa parlare. Di cosa consideriamo caldo e di cosa freddo e di tutti i sentimenti suscitati da queste parole e del peso che assumono in una conversazione “razionale”.
Provate a leggere uno qualsiasi dei forum in cui si parla di ebook o a parlarne con un amico. Verranno fuori sempre queste parole.
C’è chi giura che non leggerà mai un libro sul freddo schermo di un computer.
Non ho mai avuto modo di toccare un lettore ebook in funzione, ma sono abbastanza sicura che lo schermo del computer acceso è caldo. Spesso molto caldo.
Sicuramente più caldo di un foglio di carta.
Allora perché alla tecnologia si accompagna sempre l’aggettivo “freddo”?
Sarà colpa della fantascienza e delle infinite opere letterarie e cinematografiche che hanno dipinto civiltà future e ipertecnologiche nelle quali gli uomini si muovono in spazi asettici e hanno cervelli enormi e cuori (spesso anche sessi) striminziti?
Io per prima vorrei tanto dare la colpa (e il merito) alla fantascienza, a questo genere ghettizzato e disprezzato che, a mio parere, ha influito nella nostra cultura, intesa in senso antropologico, più di tutte le opere della cultura alta messe insieme. Credo anche che, se sopravvivremo agli sconvolgimenti climatici portati dal riscaldamento globale, un giorno le opere che definiranno la nostra epoca saranno soprattutto quelle fantascientifiche, come in passato lo sono stati il romanzo psicologico borghese, la poesia cavalleresca, i pipponi romantici. E il postmoderno? Manierismo.
Tornando all’accusa di freddezza a carico della tecnologia, temo di dover chiamare in causa imputati ben più “incorporati”(sempre nel senso dell’amico Bourdieu) e ancestrali di un genere letterario (basso e popolare, per giunta) del XX-XXI secolo.
Oggi sentiamo parole e non vediamo chi le pronuncia. Vediamo oggetti che non possiamo toccare e annusare. Interi mondi, immensi corpi solidi, non solo piccoli rettangoli di fogli rilegati, vengono risucchiati in microscopici chip.
Non comprendiamo come funzionano gli oggetti che usiamo quotidianamente e poco importa che, in fondo, anche una banale forchetta sia composta da atomi e micro-universi di cui non conosciamo il funzionamento. La quantità di “ignoto” percepita in un cellulare è più alta di quella percepita in una forchetta. È il percepito, non il “reale” che fa girare il mondo. (Ehm… non mi sembra il caso di accennare a Heisenberg e alla fisica quantistica in questo momento).
Inoltre, un libro, quando finisce nell’oscuro, invisibile spazio di un lettore ebook, diventa immateriale. Non si può sentire, toccare, annusare. Un morto non sente più nulla. La morte è fredda.
Eppure anche i pensieri e i sogni sono immateriali e nessuno definirebbe freddo e asettico il proprio cervello.
La tecnologia ha estromesso i nostri sensi e ci ha immersi nell’immateriale flusso del pensiero puro.
Non credo che i sostenitori del partito tecnologico e degli ebook abbiano argomenti più razionali dei “feticisti della carta”. Sono in gioco sentimenti profondi. È in discussione, come sempre, la definizione del mondo, di ciò che è caldo e di ciò che freddo. Di ciò che porta la vita e di ciò che porta la morte.
Qualcuno sarà pure arrivato a leggere fin qua e vorrà sapere in che partito sono io riguardo agli ebook. Bè, non sono nel mezzo. Ma non sono nemmeno un’estremista “tecnologica”. Sono favorevole, da molto prima che se ne parlasse anche nella nostra provincia Italia. A volte mi dispiace che non siano arrivati prima, quando dovevo aspettare che mio padre mi portasse in biblioteca o dovevo mettere da parte la paghetta destinata al pranzo per potermi comprare un libro. Penso all’enorme quantità di libri che avrei avuto a disposizione… In fondo, però, è meglio così. Già passavo tutto il tempo a leggere da piccola, se avessi avuto pure gli ebook sarei diventata bianca come un vampiro.
Tuttavia, non m’interessava scrivere un articolo a favore degli ebook. Mi piace contribuire, come una minuscola, effimera operaia, alla costruzione della grande torre di Babele del senso, ma ancor più mi piace allontanarmi dal lavoro, di tanto in tanto, e guardare da lontano come sta venendo su bene la torre.
 

giovedì 22 aprile 2010

Riflessione su "Le regole dell'arte"

L'altra sera mi trovavo con alcune amiche a un reading di racconti di giovani scrittori in un caffè letterario romano. C'era una giuria che avrebbe votato ogni racconto. Anche il pubblico aveva diritto al voto, per alzata di mano.
Il primo lettore non era poi tanto giovane e il suo racconto non l'ho trovato poi tanto bello. Mentre cerco il suo nome nella lista dei partecipanti per mettere un bel 5 accanto al titolo del suo racconto, come promemoria per la votazione finale, un'amica mi avverte: "Guarda che non è in concorso. Quello è XY, noto scrittore, più volte candidato al premio Strega". Ups!
Un'altra ragazza, che non aveva sentito, mi chiede: "Perché non è nella lista?"
Io: "Perché è già famoso."
Lei (del tutto estranea al campo) insiste: "Ma quindi non lo votiamo?"
No. Già consacrato. Il 5 lo tengo per me. Ascolto gli altri racconti. Tutti ben scritti e di buon livello. Alcuni sicuramente più interessanti e piacevoli del racconto dello scrittore consacrato XY. Ma eravamo nel pieno di un piccolo gioco di creazione del valore. Perché, come scrive il sociologo francese Boudieau, il valore non è intrinseco all'opera d'arte, ma è conferito dai partecipanti al campo culturale: lettori, editori, traduttori, editor ecc.
Cito un brano di Pierre Bourdieu, tratto da "Le regole dell'arte", pag. 304.
"Il produttore del valore dell'opera d'arte non è l'artista ma il campo di produzione in quanto universo di credenza che produce il valore dell'opera d'arte come feticcio producendo la credenza nel potere creatore dell'artista. Dato che l'opera d'arte esiste in quanto oggetto simbolico dotato di valore solo se è conosciuta e riconosciuta, ovvero socialmente istituita come opera d'arte da spettatori dotati della disposizione e della competenza estetica necessaria per conoscerla e riconoscerla in quanto tale, la scienza delle opere ha per oggetto non soltanto la produzione materiale dell'opera ma anche la produzione del valore dell'opera o, il che è lo stesso, della credenza nel valore dell'opera. [...] La credenza collettiva nel gioco (illusio) e nel valore sacro delle sue poste in palio è a un tempo la condizione e il prodotto del funzionamento stesso del gioco."
Devo precisare che Bourdieu quando scrive "spettatori dotati della disposizione e della competenza estetica necessaria" non intende persone che per gusto innato si trovano imbevute di tale capacità di discernimento del bello e del brutto. Tale capitale culturale, sottoforma di "competenza estetica", se lo sono giocato e guadagnato nel campo culturale, non indipendente dagli altri due campi, quello "sociale" e quello "economico".
Apparentemente, questa rivoluzione nella critica letteraria e artistica, era stata già fatta dalla storia sociale. Ma Bourdieu va oltre, perché la storia sociale, pur indagando le condizioni sociali di produzione del signolo artista e interessandosi ai committenti e ai fruitori dell'opera, non pone "la questione del loro contributo alla creazione del valore dell'opera e del suo creatore" (Bourdieu; Le regole dell'arte, pag. 305).
Immagino l'abissale confusione di un mondo in cui, all'improvviso, scompaiano tutti i segni di riconoscimento del valore. Solo pagine anonime, senza editore e senza copertina, solo film senza titoli di coda (e con un totale reset della memoria degli spettatori sui volti degli attori), solo flussi sonori e concerti di band senza nome, di orchestre senza volto, l'autocombustione di tutti i crediti culturali. Insomma, avete capito: l'anarchia nel campo culturale. Secondo il caro Bourdieu è impossibile, perché immediatamente cominceremmo a conferire valore a queste opere senza nome, troveremmo dei segni di riconoscimento, e si riformerebbero i rapporti di potere nel campo culturale. Idem per tutti gli altri campi, se una "calamità" del genere dovesse accadere. Altrimenti, sarebbero solo una massa di opere senza valore (come accade con internet. Il valore, concordo con Bourdieu, non è interno all'opera, ma esiste solo se riconosciuto e legittimato da chi,a sua volta, è stato legittimato a conferire valore).
Eppure mi piace accarezzare questa visione di anarchia nel campo culturale (non meno di quanto mi piaccia immaginarla negli altri campi).
L'anarchia non è uno scenario possibile (a meno che non cambino radicalmente le regole di ogni campo... diciamo che è molto, molto improbabile, con una percentuale di probabilità simile a quella della costruzione di una macchina del tempo), nè un punto di arrivo. Per me è uno stato mentale, un punto di partenza. Tenere la mente sempre aperta, non dare nulla per scontato, osservare da tutti i lati un oggetto, anche da quelli all'apparenza inesistenti. Consapevolezza dell'habitus (ancora un concetto del caro Bourdieu), di tutte quelle regole incorporate e per questo percepite come naturali. Operazioni sull'habitus, con delicatezza chirurgica. Fa male, perchè non è prevista l'anestesia. Forse è l'unico modo per partecipare al gioco senza subirlo. Ma quali sono le regole del gioco di chi lavora sull'habitus, quale la posta in gioco di questo nuovo campo?
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