Rapporti di ricerca sulla vita sessuale delle formiche australiane e sugli ultimi avvistamenti di corridori onirici

mercoledì 31 ottobre 2007

Pamelo. Le sventure della buona volontà. Capitolo 3.

L’aspetto peggiore dei lavori forzati non era tanto di dover passare gli anni migliori della sua vita a spalare cacche di cinghiale e scavare cunicoli nel bosco, ma l’assoluta stupidità e mancanza di ironia degli elfimeri. Se faceva una battuta, restavano seri o se ne uscivano con banali considerazioni sul tempo e la caduta delle foglie in autunno; se invece raccontava una storia triste ridevano o facevano apprezzamenti sulla dolcezza delle bacche. Ogni volta che chiedeva perché l’avessero condannato rispondevano con frasi nonsense e proverbi.
Pamelo impiegò due anni a capire che gli elfimeri non erano né pazzi né ritardati, ma avevano un complicatissimo sistema di comunicazione differito. A rendere le cose ancora più difficili c’erano le diverse scuole di tecnica conversazionale. La più immediata era quella proposizionale-tri-differita semplice, detta anche “trallallero trallalà”.
Per fortuna Baccasfondata, la compagna di catena di Pamelo, apparteneva a questa scuola. Ecco un esempio delle loro conversazioni.
Pamelo: Che caldo oggi!
Baccasfondata (Bacca per gli amici): Trallallero
Pamelo: Non riuscivo proprio ad alzarmi stamattina
Bacca: Trallalà
Pamelo: Scusa, ma che stai cantando?
Bacca: Arriva l’estate.
Pamelo: Mai sentita ‘sta canzone… sai che ci danno per il rancio oggi?
Bacca: Anch’io
Pamelo: Sé, ma come fai a cantarla se non l’hai mai sentita? Senti, ma a te per cosa ti hanno condannato?
Bacca: Niente
Pamelo: Anch’io sono innocente: mi hanno incastrato. Non è che, per caso, sai di cosa sono accusato?
Bacca: Pasta e fagioli.
Pamelo: Cosa?! Cinque anni di lavori forzati per una pasta e fagioli?
Bacca: Non sono fatti tuoi!
Pamelo: Certo che sono fatti miei, in questo momento dovrei essere all’università, farmi una cultura, andare ai concerti, uscire con gli amici, invece sono qui a spezzarmi la schiena per una pasta e fagioli (Pamelo scoppia in sconsolati singhiozzi) Sobb! Sniff… hai un fazzoletto, per favore?
Bacca: Non lo so. Chiedilo al caposquadra.
Naturalmente Baccasfondata stava rispondendo alla domanda che Pamelo le aveva fatto tre turni prima, ma il giovane non aveva ancora capito il sistema “trallallero trallalà”, per cui smise di scavare e, asciugandosi le lacrime col dorso della camicia, chiese un fazzoletto al caposquadra.
Questi prima gli scoppiò a ridire in faccia e poi gli diede una bastonata sulla testa. Ciuffolotto, nonostante quel che si può arguire da questa reazione, non era un feroce secondino, ma un adepto alla scuola conversazionale dei Replicanti del Settimo Giorno, e stava semplicemente rispondendo a un fatto accaduto la settimana precedente.
Non c’è da sorprendersi che Pamelo si sentisse solo e incompreso e faticasse ad inserirsi nella società elfimera: c’erano più di 50 scuole conversazionali ed anche se avesse imparato le regole delle più semplici, ci sarebbero volute ore di equivoci e nonsense prima di capire a quale scuola appartenesse l’interlocutore.
Con quelli che si limitavano a differire qualche turno, come i Trallallero, bastava avere un po’ di pazienza. Ma con altri la risposta poteva arrivare dopo giorni o settimane, quando ormai Pamelo non ricordava neanche la domanda o l’informazione non gli serviva più.
Senza contare che poteva essere molto snervante l’attesa della reazione di un elfimero di cui aveva urtato la sensibilità. Magari al momento gli sorrideva o cantava una canzoncina e il giorno dopo, quando Pamelo se ne stava pacifico a spiluccare la sua minestra di frutti di bosco, l’elfimero offeso gli spediva una palla di fango nel piatto.
Dopo due anni di tentativi Pamelo venne finalmente a sapere il motivo per cui il suo usurpatore Puffinbocca era stato condannato.
Si trattava di “pigrizia generalizzata ed eresia conversazionale”. In pratica Puffinbocca se l’era spassata tutto il tempo. Si rifiutava di lavorare e di rendersi utile in qualunque modo e, avendo tanto tempo a disposizione, aveva inventato un’altra scuola conversazionale, per l’esattezza una variante della Turnazione Incrociata Multipla di Sette al Quadrato. Secondo la legge elfimera i cinque anni di lavori forzati non erano altro che la replica differita agli anni in cui il reo se n’era stato a poltrire. In genere la società elfimera era molto aperta alle nuove forme di comunicazione, ma prima che una nuova scuola venisse approvata e resa ufficiale, doveva essere seguita clandestinamente per circa cinque anni, tanto per introdurre un po’ di divertimento sovversivo. E l’inventore, dopo aver scontato la pena, diventava una celebrità.
Se Pamelo non avesse avuto fino a quel momento abbastanza motivi per odiare Puffinbocca, questa sarebbe stata la classica goccia… Ma il giovane, dopo aver progettato per mesi sanguinarie vendette, perse ogni interesse nel modo in cui avrebbe ucciso l’elfimero, finché decise che si sarebbe limitato ad ascoltare civilmente le sue ragioni, prima di agire.
Poteva aver imparato i vari metodi di comunicazione differita, ma restò sempre estraneo alla psicologia elfimera e alla capacità di programmare e rimandare le emozioni.
Perciò, quando giunse il sospirato giorno della liberazione e dell’incontro con l’usurpatore, Pamelo era d’animo molto più tranquillo e ragionevole di quanto avrebbe desiderato essere…

martedì 30 ottobre 2007

Lavori in corso

Il cronopio è in pausa e sta eseguendo un complicato defrag mentale.
L'autodisciplina mi permette di lavorare, ma continuo a disobbedimi per il piacere di infrangere le regole che mi sono imposta in continue azioni di auto-sabotaggio.
In questi ultimi giorni ho scoperto che:
- Le rubriche fisse non funzionano: il giorno del cinema mi viene voglia di scrivere di musica, e viceversa; il giorno dedicato alla letteratura sento l'impellente necessità di suggerire un sito... insomma, i negoziati vanno avanti, ma, finché non raggiungo un accordo col sabotatore, devo annullare le rubriche fisse. Lascerò solo Pamelo il lunedì, perché è una storia a puntate, e, anche se a seguirla saranno in due (compresa me), è giusto che ci sia una periodicità. Lunedì comunque non c'avevo voglia di scrivere, e neanche oggi... solo per questa settimana slitta a mercoledì :)
- Sto divorando le tre stagioni di Battlestar Galactica, anche se il militarismo che vi si respira mi fa venire l'orticaria. I personaggi mi stanno quasi tutti antipatici e spero che i Cyloni distruggano l'umanità.
- Sono di nuovo sotto attacco mistico. Sogno spesso di volare. A proposito delle interpretazioni dei sogni... tutte quelle stronzate che si leggono per cui chi sogna di volare vorrebbe "fuggire dalla realtà" o "essere superiore" vale a dire "essere supeman", "avere delle ambizioni" e via col liscio delle metafore sempliciotte.... se sogniamo semplicemente di camminare non c'è tanto da discutere.
Le sensazioni dei sogni non nascono dal nulla, sono ricordi di sensazioni che abbiamo realmente esperito nella veglia. Ma la sensazione del volo, così reale, così unica, l'ho provata solo nel sogno, ed è sempre la stessa. Quindi quale esperienza fisica ricordo? Quando il mio corpo ha imparato a volare? Forse nel sogno la mente attinge ad un inconscio fisico collettivo, dove dormono anche gli istinti della specie. Forse questo inconscio, siccome il tempo è circolare, non attinge solo al passato, ma anche al futuro... un crogiolo che dorme nel profondo del nostro dna, dove si mischia tutto quello che la specie umana è stata e sarà... per lo stesso motivo, forse, a volte si possono fare sogni profetici. E dai sogni dei gatti potremmo conoscere il futuro della specie felina, e da quelli degli scarafaggi scoprire se davvero un giorno domineranno il mondo...

venerdì 26 ottobre 2007

...A TOYS ORCHESTRA - Technicolor Dream

Non la conoscevo questa giovane band campana quando un paio di settimane fa sono andata al concerto di promozione del nuovo album. I Toys li avevo intravisti solo sulla chart dei miei vicini musicali su lastfm, ma non vi avevo prestato attenzione. E’ vero che i miei vicini hanno degli ottimi gusti (d’altronde sono “vicini” proprio perché i loro ascolti sono molto simili ai miei), però a volte mettono su della roba raccapricciante e, siccome per ora non ho prove certe che vivrò in eterno e che in paradiso si rockeggi, non posso ascoltare tutti i dischi che escono. Poi, visto che era un sabato e non avevo nient’altro da fare, sono andata al Circolo a vederli, senza molte aspettative.
Sul palco sono timidi, quasi gelidi, suonano un po’ sulle loro, senza interagire col pubblico, a là Arctic Monkeys. Ma la musica è potente, si percepisce dalla prima canzone che possono competere con le migliori indie band in uno scenario internazionale.
Ricordo che durante il concerto ho pensato: ah, ecco, si chiamano A Toys Orchestra perché gli piace giocare con la musica, rimodulare i riferimenti ad altre band con freschezza e originalità, come fanno i bambini (anche se il risultato è tutt’altro che naif), e perché nelle canzoni si respira un’aria da vecchi giocattoli fatti a mano, buffi e inquietanti. Se questa descrizione vi ricorda i giochi delicati, ma stucchevoli delle sorelle Cocorosie, devo precisare che gli A Toys Orchestra ne sono molto lontani: il loro è rock puro e incisivo, che non stanca, ma cresce con gli ascolti.
Se nel precedente disco Cuckoo Bohoo erano fin troppo ancorati al modello noise rock dei Blonde Redhead, in Technicolor Dream trovano una strada sonora originale, seppure ricca di riferimenti che vanno dai Beatles di Stg. Peppers ai Pink Floyd, dal Nick Cave delle Murder Ballads fino ai più recenti Coldplay.
C’è malinconia e passione in questo disco, canzoni di chitarre e retrogusto folk, canzoni che si aprono con carillon di pianoforte ed esplodono in ballate melodiche di raro impatto, toni epici e pop più leggero, raffinati inserti elettronici e cori indie, linee melodiche bellissime incupite da sonorità noise. Ogni canzone é ricca di cambi ritmici, pastiche stilistici raffinati che impreziosiscono l’impasto sonoro, senza fargli perdere la freschezza e la capacità di emozionare. Tredici tracce che si susseguono compatte e senza cadute di tono, che avvincono come i capitoli di un romanzo (mmm… se fosse un libro? La bottega dei giocattoli di Angela Carter).
Uno dei migliori album del 2007 nello scenario internazionale. Il migliore sicuramente in quello italiano.
Tracklist:
  1. Invisible
  2. Cornice dance
  3. Mrs. Macabrette
  4. Letter to myself
  5. Ease off the bit
  6. Powder on the words
  7. Amnesy international
  8. Santa Barbara
  9. Bug embrace
  10. Danish cookie blue box
  11. Technicolor dream
  12. B4 I walk away
  13. Panic attack #3
Qui potete ascoltare la bellissima Cornice Dance e vedere Power of the Words e Peter Pan Syndrome

mercoledì 24 ottobre 2007

Viaggiare gratis

Chi l'ha detto che ci vogliono i soldi per viaggiare? Perché prenotare un'anonima camera d'albergo quando ci sono tante persone simpatiche ed interessanti in tutto il mondo disposte ad ospitarti?
Per chi crede nell'ospitalità e nel viaggio come esperienza di vita consiglio due grandi community:
www.couchsurfing.com
www.hospitalityclub.org
Non si tratta solo di viaggiare gratis o con pochi soldi, ma di viaggiare in modo più consapevole e ricco, di abbattere la gabbia di paura e sfiducia nell'altro che paralizza la nostra società, di riscoprire un valore antico come l'ospitalità.
Quando mi sono iscitta al couchsurfing, dopo un primo momento di entusiasmo, ho avuto anch'io le mie perplessità. Un ragazzo brasiliano sarebbe stato il mio primo ospite. Ci eravamo sentiti un pò per email e sembrava a posto... però non aveva nessun feedback perché si era anche lui iscritto da poco.
Stavo anche preparando la tesi, così gli scrissi che non avrei avuto molto tempo per fargli da "guida turistica". Non c'è problema, risponde, voglio solo un posto dove stare.
Ehm... ma sai, faccio io, vivo in un monolocale e non avrai una stanza tutta tua.
Gli andava bene anche un posto sul pavimento.
Bene, le avevo provate tutte... e poi dovevo pur cominciare ad ospirare qualcuno, non potevo tirarmi indietro, se no dove andavano a finire tutti i miei discorsi sulla fiducia, sulla necessità di vincere l'oscurantismo mediatico e la paura reciproca?
Devo confessare che, prima di andarlo a prendere all'aereoporto, avevo nascosto la mia fotocamera, il lettore mp3 e altri piccoli beni in mezzo ai vestiti... ma, dopo averlo conosciuto, mi sono sentita piuttosto ridicola (a parte che lui aveva un lettore mp3 molto più figo del mio...)
Abbiamo passato una settimana stupenda. Ho persino visitato i Musei Vaticani (6 anni che vivo a Roma e non ci ero mai stata), e altri posti di cui neanche sospettavo l'esistenza. Diogo (così si chiama il brasilero) mi ha aiutato con un capitolo della tesi e mi ha permesso di esercitarmi un pò con l'inglese. Abbiamo discusso di musica, di politica, insomma... abbiamo avuto interessanti scambi di idee su vari argomenti e ci siamo divertiti parecchio. L'ultimo giorno ha cucinato un dolce brasiliano al cioccolato che caldo era delizioso, ma freddo poteva essere un ottimo sostituto del superattack. Il tutto innaffiato da una caraffa di capirina ad alta gradazione alcolica... sono passati quasi due anni, ma di tanto in tanto ci sentiamo ancora su msn.
Ho ospitato anche una giovane cantante lirica californiana e un fotografo giramondo della Nuova Zelanda.
E le persone che hanno ospitato me e il mio compagno in Bretagna hanno sicuramente reso il nostro viaggio molto più ricco e interessante. Di quella fiabesca regione dalle immense spiagge oceaniche non ricordo solo i luoghi, ma anche i volti, la gentilezza e le storie dei nostri ospiti. L'insegnante di storia di Quimper, amante del melodramma italiano, che ha girato germania e italia in bicicletta. La timida Marine di Landernau, che vive in una tipica cesetta bretone in pietra e lavora come biologa nell'industria alimentare. La giovane coppia di Saint Malo e la loro pazza cagnolina Mia... con loro abbiamo parlato di lavoro e di precarietà (e sì, anche in Francia hanno i loro problemi), abbiamo ascoltato dell'ottima musica elettronica francese e girovagato un pò nei dintorni di Saint Malo. Qualche settimana fa ci hanno spedito una mail: aspettano un bambino!
Eh, non le vivi mica queste cose se viaggi solo per camere d'albergo o, ancora peggio, con i pacchetti turistici.

lunedì 22 ottobre 2007

Pamelo. Le sventure della buona volontà. Capitolo 2

Era una mattina d’inizio autunno, una mattina uguale a tutte le altre nel ridente paese di Tataranni Costruzioni (ma leggermente diversa dalle mattine di fine estate e nettamente migliore di quelle del pieno inverno, forse più simile a certi pomeriggi di mezza primavera, con un po’ di brezza in più rispetto alle afose notti estive).
Il gallo di zia Elvira cantava nel pollaio, Beppo il giornalaio sistemava le riviste sugli scaffali, Zelda la matta si faceva la toeletta, il bovaro si preparava a far nascere un agnellino, compare Antonio alzava la saracinesca della sua cartoleria-tabaccheria (facciamo che gli altri 195 abitanti stavano ancora dormendo) e Pamelo fissava alternativamente la valigia pronta di fronte alla porta e il latte che si stava freddando nella tazza. Per lui non era una mattina come le altre perché alle cinque del pomeriggio il trenino della calabro-lucana l’avrebbe portato ad Eboli, e da lì un treno nazionale l’avrebbe finalmente condotto alla sua nuova vita nella capitale. Aveva atteso con ansia quel giorno, ma ora che era giunto provava una inesplicabile malinconia e cominciava a vedere per la prima volta la bellezza della sua terra natia.
Pamelo decise di dire addio alle strade del suo paese, ai boschi e ai calanchi con una passeggiata. Passò davanti al cortile della scuola e al campo di calcetto parrocchiale e si concesse una dolce pausa commemorativa nella piazzetta dove aveva architettato vite irrealizzabili con i suoi amici e baciato una ragazza per la prima volta. Si incamminò infine per un sentiero nel bosco, godendo del crepitio delle foglie secche sotto i suoi passi, e dell’odore umido e dolciastro dei funghi nati dalle prime piogge autunnali, mischiato a quello acre del fumo degli ultimi incendi dolosi estivi. Respirò a pieni polmoni, sentendo di avere il viso bagnato dalle lacrime, forse per il fumo, forse per la nostalgia, e sedette a guardare il paesaggio. A nord, i dorsi arcigni delle montagne serravano la stretta valle e il torrentello strozzato che l’attraversava, mentre verso ovest si distendevano le colline con i campi di grano e i boschetti di ulivi e alberi da frutta. Nel fondo del fosso ai suoi piedi, cinti da cespugli di more e ortiche stavano due sacchi plastica nera maleodoranti, quattro scatoloni di vecchie piastrelle da cucina, un frigorifero e una lavatrice, e su un tavolo operatorio giacevano un ombrello e una macchina da cucire, in una felice congiunzione artistica fra concretismo e surrealismo. Ah, pensò Pamelo, quanto mi mancherà tutto questo! Quanto mi piacerebbe restare a vivere qui, nei boschi, in mezzo a questa meravigliosa natura!
Espresse quest’ultimo desiderio ad alta voce, pensando di essere solo. Lo sportello del frigorifero in fondo al fosso si aprì di scatto e ne uscì un ometto con le orecchie a punta, vestito di verde e con un gran ciuffo di capelli corvini a forma di cappello. Sembrava proprio un elfimero.
Pamelo sobbalzò e disse: “Oddio! Tu sembri proprio un elfimero!”
“Lo sono, giovine!” replicò l’ometto saltellando su per il fosso “E ho udito il tuo desiderio. Puffinbocca al tuo servizio!”.
Pamelo provò una istintiva fiducia verso quella creatura che aveva un nome più buffo del suo e gli aprì il suo cuore. Gli raccontò di quanto aveva desiderato vivere delle avventure e di quanto odiasse la scuola, e che non aveva nessun desiderio di passare altri cinque anni sui libri in una uggiosa città. Gli sarebbe piaciuto fare il pirata, l’elfo (questo lo disse più che altro per ingraziarselo) o al massimo il contadino, ma suo padre voleva che diventasse un medico o un avvocato, o almeno un ingegnere informatico.
L’elfimero a sua volta gli confidò di quanto trovasse noiosa la vita nei boschi, con quelle interminabili assemblee degli animali in cui non si riusciva mai a decidere nulla e la complicatissima etichetta che si era costretti ad osservare alle cerimonie delle fate.
“Ehi! Ho un’idea!” disse infine Puffinbocca, fingendo che l’illuminazione gli fosse venuta proprio in quel momento “Facciamo uno scambio. Io prenderò le tue sembianze e farò l’università in quella uggiosa e trafficata città… come hai detto che si chiama? Roma? Frequenterò i corsi, darò gli esami e sgobberò al tuo posto. Tu prenderai le mie e vivrai le tue avventure nei boschi, fra feste fatate e bevute di rugiada. Fra cinque anni ci incontreremo in questo stesso posto e torneremo al nostro aspetto originario. Cosa ne dici? Affare fatto?”
“Figo!” esclamò Pamelo “Ci sto. Ci sto di brutto! Facciamolo subito!”
L’elfimerò sogghignò e, prima che una foglia appena morta si ricongiungesse alle sorelle sul terreno, prese l’aspetto del giovane Pamelo, che a sua volta si trasformò in un ometto col ciuffo a forma di cappello.
Intanto dal sentiero veniva un rumore di passi leggeri e di zoccoli di cinghiale.
“Addio, giovine! Divertiti e non bere troppa rugiada, mi raccomando!” disse Puffinbocca allontanandosi velocemente.
“Aspetta! Dove vai? Non so neanche dove abiti qui nel bosco”
“Non ti preoccupare, rilassati, eh? Fammi andare che perdo il treno.”
Lo scalpiccio era sempre più forte e vicino.
“Ma… è appena mezzogiorno” protestò Pamelo, vedendo che il sole era ancora a allo zenit e rendendosi conto che l’elfimero gli aveva fregato anche l’orologio. “Il treno ce l’hai alle cinque”
“Appunto, è ora di pranzo e tuo padre si preoccuperà se non mi vede arrivare. Ci si vede. Adios”.
Pamelo vide scomparire se stesso in fondo al sentiero e sospirò, pensando alla rapidità con cui aveva affidato il suo corpo e il suo futuro ad uno sconosciuto. Ok, ma chi se ne frega del futuro! Aveva davanti a sé cinque anni di pacchia: feste, giochi, ozio, fate avvenenti! E quel ciuffo a forma di cappello gli stava da dio.
“Su le mani, Puffinbocca, sei in arresto” disse una voce stridula alle sue spalle.
Pamelo fece per voltarsi ma un’altra voce gli intimò di fermarsi.
“Ladro e traditore, cercavi di scappare, eh?”
Con la coda dell’occhio il ragazzo vide un gruppo di elfimeri a dorso di cinghiale, armati di picche e bastoni. Una fata poliziotto che portava quadri e cuori, dopo averlo atterrato con una mossa di karate, gli mise le manette.
“Ehi, aspettate, io non sono quello che credete… sono una ragazzo, vengo dal paese e mi chiamo Pamelo. Stavo per andare all’università, ma un elfimero mi ha proposto uno scambio e io ho accettato… ahia! Mi fai male! Lasciatemi andare, ho il treno alle cinque!”
“Sì, sì, lo racconterai al giudice” disse la fata. Lo strattonò e aggiunge malignamente “Con questa bravata ti sei beccato un altro anno di lavori forzati”
“Un anno! Un anno intero… ma io non posso… quanti anni erano?”
“Cinque anni” disse l’elfimero con la voce stridula. “Hai cinque anni di lavori forzati da scontare”.

Le nuove frontiere della selezione delle risorse umane

Oggi ho toccato il fondo nella mia ricerca di un lavoro. Sono settimane ormai che mando quotidianamente curriculum, non solo di autocandidatura ma anche in riferimento ad annunci, e non ricevo risposta. Scartate tutte le ipotesi razionali, cominciavo a vagliare interferenze sovrannaturali, complotti cosmici che facevano volatilizzare le mie e-mail, curriculum che scomparivano per autocombustione appena li infilavo nella buca delle lettere... Ma oggi, finalmente, ricevo una risposta.
I primi tempi, dicono, lavorerà gratis (mi chiedo per quanti anni dovrò ancora lavorare gratis o sotto il minimo sindacale? Va bene, però farò quello che mi piace e se trovo qualcos'altro, nel frattempo...)
Ok, mi fissano un colloquio?
No, deve prima mandare un curriculum e la scheda dei suoi lavori.
Ma l'ho gia mandato!
Devo spedirlo di nuovo, perché (cito testualmente) "Per partecipare alla selezione è richiesto un contributo per spese di segreteria di euro 80,00 (necessarie per coprire i costi derivanti dal gran lavoro che occorre fare per la lettura e selezione delle proposte)".
Poverini, devono fare una gran lavoro... è giusto che si prendano 80 euro per dieci minuti di lettura di una scheda e del curricum di una persona che, se selezionata, lavorerà senza retribuzione per alcuni mesi...
Questa mi mancava: pagare 80 euro perché mi leggano il curriculum... (è superfluo aggiungere che non parteciperò)
Oggi dovrei scrivere la seconda puntata delle disavventure di Pamelo. Credevo che quelle che avevo immaginato per lui fossero storie un pò surreali e ai limiti dell'assurdo, ma quello che mi è capitato oggi supera la mia immaginazione. Diamine, io in fondo volevo sentirmi superiore a Pamelo, non competere seriamente con lui!
Ora mangio qualcosa e cerco di riprendermi dallo shock. Tornerò più tardi con la seconda puntata di Pamelo.

sabato 20 ottobre 2007

Stardust di Matthew Vaughn.


Un muro separa il villaggio inglese di Wall dal regno fantastico di Stormhold. Non è molto alto e c’è anche una breccia piuttosto facile da attraversare, se si riesce ad eludere l’ottuagenario guardiano esperto di arti marziali. Tristan, un giovane garzone sognatore, per conquistare l’amata Victoria, promette di avventurarsi aldilà del muro e di portargli in dono una stella caduta.
Inizia così uno dei migliori film fantasy degli ultimi anni, che riprende la tradizione della fiaba cinematografica rocambolesca e ironica che fu dei classici della nostra infanzia: Legend, Lady Hawke e su tutti, La Storia Fantastica. Il tutto riverniciato con moderni effetti speciali e tanta computer grafica.
Il giudizio, tutto sommato positivo, si rimodula se si pensa che la buona qualità del film devo molto all’eccellente materiale da cui è tratto. Infatti, l’ironia del tono, l’arguta caratterizzazione dei personaggi, l’intelligenza della storia e tutto quel che differenzia questo film da tanta altra paccottiglia fantasy televisiva e cinematografica, che tutto fa tranne che stimolare la fantasia, era già nel libro omonimo di Neil Gaiman.
Se il film riesce ad esprimere le stesse qualità, può considerarsi dello stesso valore? Sì, se ci fermiamo all’ottima fattura dello script e della sceneggiatura. No, se guardiamo al linguaggio filmico, ovvero alla sintassi e allo stile del film.
Neil Gaiman nel suo Stardust riprende gli archetipi, i temi, i personaggi delle fiabe (le tre streghe che mangiano i cuori di innocenti fanciulle per ringiovanire, le lotte fra i pretendenti al trono, le tre prove da superare, gli aiutanti magici ecc.) per creare una fiaba classica in un linguaggio moderno e personalissimo. La forza del linguaggio di Gaiman sta nelle similitudini inattese e mai banali, nell’effetto ironico delle metafore e giochi retorici, nell’accostamento di archetipi e figure classiche a oggetti, miti e stili della modernità: così troviamo angeli caduti che ascoltano i Queen in macchina (Good Omens), antichi dei africani che amano partecipare al karaoke (American Gods), personificazioni della morte che vestono punk e hanno camerette tutte poster e orsacchiotti (Death). Anche quando tiene fuori gli oggetti della modernità, come in Stardust, lo stile di Gaiman resta riconoscibile.
E’ proprio quello che non accade nel film. Dopo aver fondato la sceneggiatura sulle solide basi del libro, il regista continua e prendere in prestito linguaggio e stile da altri film. Così vediamo ridondanti musiche in crescendo, riprese a volo d’angelo che scendono in picchiata nei palazzi, personaggi solitari in ampie e verdi vallate… direttamente dalla trilogia di Jackson de “Il Signore degli Anelli”. Il resto è pura accademia: giunzioni di montaggio che non aggiungono alcun senso alla storia, come quella delle rune (che significano quelle inquadrature? Che le rune vanno di moda a Stormhold?), un classico salsicciotto montato in modo un po’ ridondante e maldestro (mi riferisco alla sequenza sulla nave in cui Tristan impara a dar di scherma e la stella a danzare) e un discreto uso della computer grafica.
Insomma, se vedessi un altro film dello stesso regista, non credo che direi: toh, un film di Vaughn! Ed è un peccato che il progetto non sia stato affidato ad un regista in grado di usare in modo meno scolastico la sintassi filmica.

mercoledì 17 ottobre 2007

Tramontisti

Marcello Mastroianni, nel film di Elio Petri "La Decima Vittima" (tratto da un racconto di Robert Sheckley), fra una caccia all'uomo e l'altra fa il predicatore della setta dei tramontisti.
Se la scena in cui celebra il tramonto sulla spiaggia di Ostia vi ha particolarmente ispirato, se sono le dieci di mattina, ma vi manca già la luce del tramonto, se non volete mai perdere d'occhio il sole perché vi aspettate che da un momento all'altro possa esplodere o implodere o cambiare strada, vi consiglio di fare un giro su questo sito:

eternalsunset.net/

martedì 16 ottobre 2007

Stardust di Neil Gaiman

Ricordo che quando ero bambina una fiaba poteva farmi piangere e ridere nel sonno, un’immagine vagamente horror  che oggi degnerei appena d’uno sguardo riusciva a terrorizzarmi per settimane, i colori erano più vivi, una metafora mi trasportava per ore in nuovi piani della realtà e un accostamento insolito di parole apriva porte verso luoghi dove non ero mai stata.
Da allora non faccio che cercare queste porte ed è sempre più difficile, perché le combinazioni di colori devono essere sempre più raffinate perché riesca a vederle e le parole hanno perso violenza e carne.
Stardust parla di un giovane che varca la porta verso il mondo delle fate, ma rappresenta in sé questa porta, nel ritmo e nella qualità della scrittura, che con semplicità fa rivivere nel lettore le sensazioni vivissime che provava da bambino quando ascoltava una storia. E quella fiaba era potente, perché formava la sua visione del mondo.
Neil Gaiman, raccontando a modo suo la storia di Orfeo (nella bellissima serie The Sandman), deve averne acquisito il potere. Come il mitico cantore sapeva ammansire le bestie e mutare la realtà col canto, Gaiman riesce ad aprire le porte dell’immaginazione anche per l’adulto più cinico e reso ottuso dalle ansie e dalle nevrosi della vita moderna. La sua scrittura recupera la musicalità dei primitivi racconti orali, riuscendo a calmare e a distendere i pensieri.
Ho letto Stardust in un periodo difficile, in cui soffrivo di insonnia e ansia. Dovevo prendere delle decisioni, ma non riuscivo a pensare lucidamente. Mi bastava leggerne un capitolo, anche alle 5 del mattino dopo ore di insonnia e inutili sonniferi, e riuscivo ad addormentarmi. Un paio di pagine mi calmavano e mi facevano riacquistare la lucidità e il senso della realtà (non è così strano che una fiaba faccia tornare alla realtà…).
Insomma, lasciate perdere ansiolitici, antidepressivi, vitamine, integratori e leggete Stardust! Lo so che può sembrare una di quelle pubblicità del tipo “la crema che fa crescere i muscoli” o “gli occhiali che vedono sotto i vestiti”, ma davvero la lettura di Stardust è… terapeutica. E, per restare in tono, provare per credere!

lunedì 15 ottobre 2007

Pamelo. Le sventure della buona volontà. (1)

Pamelo era nato il 29 febbraio di un anno con 13 lune, in una frazione di un paesino della Val D’Agri che contava poco più di 200 anime (due terzi delle quali in prossimità di trasloco a miglior vita).
Sovrastava il paese l’enorme cartello pubblicitario di un’impresa edile: una scritta in Arial BOLD verde su sfondo bianco “TATARANNI COSTRUZIONI” e, sulla destra, il fedele disegno 3D di una serie di palazzoni in cemento in pieno stile horror architettonico anni ’80.
Lo stand era stato innalzato per l’informazione e il diletto degli automobilisti in viaggio sulla nuova strada che avrebbe collegato i comuni della valle alle Salerno-Reggio Calabria. Ma, a progetto approvato e malloppo incassato, la strada non era stata più costruita e il manifesto plastificato era rimasto lì ad ingiallire per anni.
All’età di sei anni Pamelo ebbe alcune fondamentali rivelazioni:
-         Il suo paese non si chiamava “Tataranni Costruzioni”
-         I numeri non arrivano fino a 50. E dopo il 50 non c’è subito il millemila.
-         Gli elfimeri non esistono. Si chiamano elfi e non fanno concorrenza sleale a Babbo Natale, ma lavorano per lui.
-         Le tazze da tè in genere non sono così brave a improvvisare coreografie da musical, ma tendono a sfracassarsi se provi a fargli fare un paso doble.
-         Tutti muoiono prima di scoprire se l’universo è finito o infinito. Molti neppure ci provano. Lui ci avrebbe provato, ma sarebbe morto lo stesso. Prima.
-         I suoi genitori avevano fatto un incredibile favore ai suoi già poco fantasiosi compagni di scuola, che grazie a quel nome non dovevano allenare l’immaginazione per trovare ulteriori motivi di scherno.
Suo padre, diversamente da quanto si potrebbe pensare, non era un appassionato di tette e surf, capace di infliggere al suo primogenito il nome di una star televisiva. Era il pastore dell’unica chiesa evangelica della valle e aveva pescato quel nome da uno dei dischi che gli spediva suo fratello, direttore di un’impresa discografica in Africa (Pamelo Mounk'A & les Bantous de la Capitale). Tuttavia Pamelo sostenne sempre la prima versione quando frequentò le medie e le superiori fuori dal paese: un padre maniaco sessuale e teledipendente era sicuramente più accettabile e meno strano di un pastore evangelico amante della musica etnica.
Trascorse l’adolescenza leggendo romanzi di pirati, astronavi, moschettieri e agenti segreti e provando una sempre più profonda insofferenza verso la vita piatta e noiosa che gli era toccata in sorte. Tuttavia non fu mai uno studente modello e pensava che il bovarismo fosse una malattia epizootica. Suo padre non riuscì nemmeno a farne un buon cristiano, poiché Pamelo sembrava credere che la stella cometa fosse l’astronave aliena che aveva deposto Gesù nella grotta, e che i suoi l’avessero lasciato fra un bue e un asinello a causa dell’inesatta identificazione della specie dominante sul pianeta. Infatti il giovane Pamelo frequentava un gruppo di balordi convinti che gli alieni li visitassero in sogno, che Elvis fosse il loro postino e che ci si può drogare leccando i francobolli.
Tutti questi elementi possono forse giustificare, o almeno contribuire a spiegare, la confusa e inesatta percezione del mondo e della società che aveva il diciottenne Pamelo, nel meraviglioso giorno in cui, con il trasferimento nella Capitale, aveva inizio la sua vita vera, sottoforma di cazzeggi universitari e sesso pomeridiano, conquiste a sconfitte, telefilm e cylum, conoscenza e sogni...




...continua lunedì prossimo.

sabato 13 ottobre 2007

Le mie webzine musicali preferite

And the winners are....

www.ondarock.it/

www.sentireascoltare.com/index.php
(disponibile anche come magazine cartaceo)

www.kalporz.com/

Ottime recensioni, esaustive monografie, interviste e articoli interessanti sui gruppi più o meno noti, forum e community, tutto all'insegna della qualità. Per seguire le nuove uscite e per scoprire facilmente quegli artisti e album di cui sareste venuti a conoscenza solo dopo ascolti fortuiti o affannose ricerche. Una lettura raccomandata per tutti gli appassionati di musica.

venerdì 12 ottobre 2007

No Direction Home. Bob Dylan

Il trend generale di questo spazio dovrebbe essere di commentare o recensire film nelle sale e serie televisive recenti, tuttavia ho trascorso le ultime 5 ore (204minuti di film + speciali) a guardare il documentario di Martin Scorsese su Bob Dylan e, al momento, non riesco a pensare ad altro.
Attraverso interviste a produttori, poeti, musicisti (fra cui Ferlinghetti e Joan Baez), materiali video di concerti ed eventi (fra cui un provino girato da Andy Warhol e l'emozionante discorso di Martin Luther King al Lincoln Memorial) Martin Scorsese racconta i primi anni della carriera di Bob Dylan come folk singer, fino alla svolta rock di Highway 61 Revisited, vissuta dai fan come un tradimento (1961-1966).
E' il titolo (preso da una bellissima canzone del "menestrello indipendente") che suggerisce la chiave di interpretazione del film e della figura del musicista. Un artista complesso, sempre in movimento (like a rolling stone) che rappresenta lo spirito di un'epoca fluida e ribollente, un'epoca di cambiamenti e rivoluzioni, in cui si sentiva che tutto era possible, anche dominare la Storia. Così anche la vita e l'arte di Bobby sembra non voler prendere una direzione precisa, non volersi chiudere in etichette e dogmi, sia musicali (la svolta elettrica di Higway 61), sia politiche (il rifiuto di Dylan di essere strumentalizzato politicamente, pur rappresentando una guida e un punto di riferimento per i movimenti pacifisti e di sinistra).
Ve lo consiglio anche se non siete fan di Bob Dylan (è d'obbligo l'acquisto del dvd, ricco di performance e altre chicche nei contenuti speciali, se lo siete).
Perché, da grande autore qual è, Scorsese non racconta solo la storia del musicista, ma tutto lo spirito di un'epoca e pone questioni sempre attuali, come il dilemma che l'artista deve affrontare quando vuol esprimere la propria indipendenza, pur trovandosi a rapprentare le aspettative e le idee di un'epoca.

giovedì 11 ottobre 2007

Radiohead – In Rainbows. Parte I. Yes, I am a dreamer.

Parlando di In Rainbows, l’ultimo album dei Radiohead, non si potrà fare a meno di accennare all’avanguardistica strategia di marketing che ne ha preparato l’uscita.
Nessun contratto con una casa discografica, nessuna anticipazione e copie omaggio a giornali e riviste del settore. L’album sarebbe uscito solo online lo stesso giorno, per tutti: il 10 ottobre 2007. Il prezzo? It’s up to you. Offerta libera, anche niente. Per fan, collezionisti, amanti del vinile e degli artbook c’è il super cofanetto a 40 sterline, ordinabile dallo stesso sito.
Si è parlato di scavalcamento dell’industria discografica, di nuove forme di distribuzione e di tutto quello che un gesto del genere comporta . Ma non si tratta solo di marketing: con quel “It’s up to you” i Radiohead, da sempre fuori dagli schemi in campo musicale, rovesciano le leggi del mercato. Sia chiaro, l’economia di mercato è una mostro difficile da abbattere e questa strategia, sui grandi numeri, è insignificante e frivola, ma porta anche nell’industria discografica quello che a livello globale (e con conseguenze ben più serie) sta tentando di sconvolgere il Moloch indifferente e inumano dell’economia di mercato, l’economia per cui il prezzo è deciso da domanda e offerta, senza interferenze morali. In breve: l’idea di questa nuova economia è che l’etica non dovrebbe mai essere scissa dall’economia, che la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non si valutano solo attraverso i tradizionali indicatori (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore positivo.
Sì, trovare i Radiohead e l’economista indiano Amartya Sen (autore di “Etica ed economia”, “Risorse, valori, sviluppo” ecc.) nella stessa pagina, potrebbe sembrare blasfemo, forse inopportuno ad un primo sguardo. Ma il principio è lo stesso: riportare la soggettività, i valori, l’etica, l’umanità nell’economia.
E penso che la decisione dei Radiohead di distribuire il nuovo disco a offerta libera, sapendo del loro orientamento politico e dell’interesse per il libro di Naomi Klein, sia una mossa consapevole in questa direzione.
Il prezzo lo decidi TU, non il mercato, questa indifferente e oscura entità metafisica che se ne sbatte dei tuoi bisogni morali, esistenziali e sentimentali. Tu, individuo responsabile e complesso, con la tua storia di vita, i tuoi gusti, il tuo modo di pensare.
Non una variabile in una equazione matematica, sullo stesso livello di altre variabili incorporee come domanda e offerta, non uno stupido puntino nella massa di cui si possano calcolare e decidere i bisogni e le preferenze (musicali, letterarie ecc.).
Insomma, portare nell’industria culturale e discografica principi che stanno cercando di smuovere l’economia di mercato a livelli “primari”, è un gesto di rara intelligenza e sensibilità.


A breve la seconda parte (recensione del disco)

Radiohead - In Rainbows. Parte II. RH Arp



Ma ora veniamo al disco. Il mio timore era proprio questo: In Rainbows resterà nella storia del marketing e dell’economia, ma avrà un posto anche nella storia della musica? Certo, i Radiohead in quanto band il posto già ce l’anno con i capolavori Ok Computer e Kid A/Amnesiac. Tuttavia, dall’ascolto delle registrazioni live che circolavano da un paio d’anni delle 9 tracce dell’album, non mi aspettavo grandi rivelazioni. Infatti In Rainbows non è una rivelazione (poteva esserlo se fosse stato il loro primo o secondo album…). Semmai è una conferma.
Ad un primo ascolto si rivela subito come un album compatto e coerente (come lo era Kid A, cui si avvicina anche per brevità: poco più di 40 minuti). Infatti, chi ha ascoltato solo le registrazioni live delle varie Arpeggi, Reckoner, 15 step, se le dimentichi: tutte splendide canzoni, ma acquistano un quid in più solo come pezzi dell’album, che va ascoltato rigorosamente per intero.
I Radiohead sembrano meno inquieti, meno sperimentatori di nuove sonorità, ma più sicuri di sé, del proprio stile e della capacità di creare canzoni bellissime, perfette e senza tempo.
Come in un teorema hegeliano, il rock malinconico e straniato di OK Computer era la tesi,  le sperimentazioni sonore di Kid A/Amnesiac l’antitesi, Hail To The Thief un primo, imperfetto tentativo di sintesi e finalmente In Rainbows è la sintesi matura e coerente del lavoro dei Radiohead. No, non hanno rivoluzionato ancora una volta il rock, non hanno tentato nuove strade (anche se si sentono aleggiare generi nuovi per la band, come il soul in Reckoner, o il reggae in House of Cards), ma hanno portato a maturazione tutte le idee che fermentavano nei precedenti album. Certo, questo potrebbe essere capovolto come un guanto e diventare un difetto: ormai si sono adagiati sul loro sound, quelle idee se nei primi anni fremevano e bruciavano, qui se ne stanno placide come in un caminetto sotto vetro. Niente di tutto ciò: se ad un primo ascolto l’album appare bellissimo, sì, ma in pieno stile Radiohead,  è solo dai successivi ascolti che si scovano le sorprese, si intravede la laboriosa filigrana dietro la compattezza delle canzoni, si comprende che non si tratta di maniera, ma di complessa maturità.
I beat di Reckoner introducono il disco bruscamente, come uno schiaffo. Poi si inseriscono il cantato ondivago di Yorke e un tappeto più morbido di chitarre e synth a contrappuntare i beat con variazioni ritmiche. Un gran pezzo per chi ha amato Idioteque.
Una cavalcata di chitarre come non se ne sentivano da Electioneering apre Bodysnatchers. Poi, a metà (un classico nella nuova forma-canzone Radioheadiana) il tono cambia, diventando più straniato e inquietante. Nude è una grande vecchia idea e non cambia molto dalle precedenti versioni, se non per l’accompagnamento acustico della chitarra.
E’ il titolo a dare la cifra stilistica di Weird Fishes/Arpeggi: beat elettronici e un arpeggio di chitarra che accompagna la struggente, emozionante voce di Yorke fino alla fine di una canzona destinata a diventare un classico.
All I Need è una canzone d’amore (l’amore maturo e profondo di una coppia, non più quello sofferto e negato di Exit music, né tanto meno quello adolescenziale di tante canzonette pop). E’ costruita su tre semplici elementi: variazioni di un accordo di un basso vibrante e distorto, un tessuto sospeso di batteria e synth e la voce di Yorke al massimo dell’espressività.
Faust Arp è l’inattesa perla dell’album: forse la canzone più leggera e fresca dell’intero repertorio radiohediano, eseguita da Yorke in una forma di cantato-parlato già sperimentata in A Wolf At The Door. Canto ritmato, chitarre folk e la sapiente orchestrazione d’archi di Greenwood. Il tutto in minore, naturalmente. In Reckoner, irriconoscibile rispetto alle precedenti versioni, Yorke si sperimenta come soul singer. Bellissima la coda finale, col canto che sale come un lampo di luce in un cielo crepuscolare. Restando negli assaggi di nuovi generi, House of Cards si apre con una chitarra dal sapore reggae e prosegue con l’aspirazione a diventare una delle più belle ballate di sempre. Da brividi il canto finale di Yorke.
Niente nella trascinante e intensa penultima traccia (Jigsaw Falling Into Place) lascia presagire che il sogno stia per finire, perché apre ancora nuovi scenari, ci porta lontano, sembra quasi l’incipit di un nuovo meraviglioso disco. Sono sempre un po’ sorpresa e delusa quando sento arrivare, troppo presto, l’accordo funereo di Videotape, con quel suono continuo di sottofondo, come l’ultimo pezzo di un nastro che si riavvolge. E’ una canzone bellissima, ma per me significa solo: è finito l’album.
E’ un pezzo malinconico e disincantato, come di un uomo che si guarda indietro e fa il bilancio della sua vita, e guarda i vecchi ricordi sottoforma di un filmino delle vacanze, un disco comprato all’università, un oggetto un po’ kitch che ha conservato troppo a lungo perché doveva significare qualcosa, ma non ricorda più bene cosa.
E’ strano come una canzone così chiuda l’album meno “triste” dei Radiohead.

mercoledì 10 ottobre 2007

Gioco #1


La rubrica a sorpresa del mercoledì per oggi e per le prossime settimane è dedicata ai giochi.

Perché mi piace giocare, anzi devo ammettere che questa è la cosa che amo fare di più e, dal momento che ho una visione molto ampia del concetto, include un po’ tutto, dal sesso alla musica. Qui presenterò soprattutto giochi che si possono fare anche da soli, a casa, in metropolitana, in autobus, durante lezioni noiose, in fila in posta o semplicemente quando si ha voglia di farli.

Quello di oggi non è tecnicamente un gioco, ma un’azione poetica.

L’ha inventato e attuato, insieme ad un amico, Alejandro Jodorowski, regista, scrittore, psicomago, poeta, lettore di tarocchi, drammaturgo, fumettista e recentemente anche sacerdote (ha celebrato il matrimonio di Marilyn Manson).

A differenza di molti giochi pieni di regole, sottoregole ed eccezioni, questo ha una sola regola e non ammette eccezioni.

Si tratta di camminare in linea retta senza mai deviare.

Ecco come lo descrive Jodorowski nel libro “Psicomagia”

“Se durante una passeggiata ci imbattevamo in un albero, invece di giragli intorno ci arrampicavamo in cima. O ancora: se il cammino veniva ostruito da una macchina posteggiata, ci salivamo sopra e camminavamo sul tetto...
Davanti a una casa suonavamo il campanello, chiedevamo permesso, entravamo dalla porta e uscivamo dove potevamo, anche da una finestrucola…”.

Per quanto mi affascini, devo ammettere che non ho mai avuto il coraggio di giocare. Ed ho la sensazione che se riuscissi a fare questo atto poetico, dopo potrei fare qualsiasi cosa, realizzare i miei desideri, e avere tutto quello di cui ho bisogno. Più che una sensazione è una certezza.

Non gioco perché ho paura che il proprietario della macchina si incazzi, che la signora a cui chiedo di entrare non mi apra, ho paura di farmi male o di rendermi ridicola. Ed è la stessa paura che mi blocca e mi impedisce di realizzare quel che voglio. Questo gioco mi affascina tanto da anni perché non si tratta solo di macchine, alberi e signore diffidenti, ma  degli ostacoli, dei pregiudizi, dei tabù che preferisco ignorare o aggirare, fino a convincermi che quella non è la direzione giusta, che forse non lo desidero veramente.

Forse questo particolare atto poetico rappresenta la mia terapia psicomagica, ma può darsi che per altri non ci sia nessun problema ad attuarlo. Invito gli amici e i visitatori di passaggio che decidono di giocare a mandarmi un messaggio in cui descrivono dove e come hanno camminato in linea retta, gli ostacoli incontrati, il modo in cui li hanno attraversati, le reazioni delle persone, le sensazioni provate ecc. Pubblicherò il messaggio su questo blog o, se preferite pubblicarlo sul vostro blog, mandatemi solo il link. Grazie.
 

martedì 9 ottobre 2007

Un eroe taoista nella fantascienza anti-utopica

URSULA K. LE GUIN
La Falce Dei Cieli
E se i sogni potessero davvero cambiare la realtà. Se al risveglio trovassimo il mondo trasformato dai nostri parti onirici?
Quello che accade nei sogni è incontrollabile, a meno che tu non sia andato a scuola di psicomagia da Jodorowski o a lezioni private da uno sciamano. Perciò il superpotere onirico di George Orr, il fragile e timido protagonista del romanzo, è orrendo e pericoloso.
George ne è talmente spaventato che tenta il suicidio e viene affidato in terapia “volontaria” al dottor Haber. Questi è uno psicanalista dal carattere forte (probabilmente di quelli che ti stritolano la mano senza ragione quando si presentano), un uomo ambizioso e sicuro di sé.
In principio disprezza il suo paziente per la sua “debolezza” (per le persone come Haber, vale a dire per il 70% della popolazione mondiale, gentilezza, mitezza e scarsa propensione alla competitività sono considerate “debolezza”). Quando Haber ha le prove del potere di Orr, si convince di essere in grado di controllarlo (attraverso un macchinario che sfrutta l’ipnosi) e usarlo “per il bene dell’umanità”, al tempo afflitta da sovrappopolazione, inquinamento, malattie, odio razziale ecc.
Così il dottor Haber, sicuro di agire per il bene, in un delirio di onnipotenza, porta il mondo alla rovina.
La Falce dei Cieli, recente riedito dalla Nord, è uno dei migliori romanzi di Ursula Le Guin ed è probabilmente quello in cui meglio dispiega il suo “principio della non-azione”. Di fronte a eroi forti, sicuri di sé (e della propria comprensione del mondo e discernimento del bene e del male), che spesso agiscono per istinto, sapienza o per qualche superpotere, Ursula Le Guin pone i suoi eroi incerti, miti, riflessivi, che ammettono socraticamente di non sapere e che tuttavia sanno che spesso l’azione più giusta è l’inerzia, la non-azione (e qui siamo nel Taoismo puro, che permea gran parte dell’opera di Ursula Le Guin).

lunedì 8 ottobre 2007

Un nuovo inizio... spero.


Dopo anni di autotradimenti ho perso ogni fiducia nelle mie promesse. Tuttavia voglio darmi un'altra possibilità e riaprire questo blog.
Perché non ho più scritto? Passino le vacanze, passi che faceva troppo caldo per chiedere ai miei neuroni di collaborare, passi la depressione per non aver ancora trovato un lavoro... no: è questo il motivo principale. Ieri ho realizzato che questo è di gran lunga il periodo peggiore della mia vita. Supera persino gli ultimi due anni di liceo (e avrei giurato che come bruttezza avrebbero tenuto il primo posto anche quando, ottuagenaria record di dolori e acciacchi, non avrei più ricordato di aver avuto diciassette anni.) Ma al liceo, nonostante gli amici ipocriti, la solitudine stizzita e romantica di chi ha la sfiga di avere interessi un pò particolari, la pesante aria di provincia e i litigi coi genitori (quelli non mancano mai in queste liste), era un pò come scontare gli ultimi due anni di prigione: lo sai che prima o poi esci, che per quanto sia brutta finirà e dopo hai tutto il mondo davanti a te, un universo di possibilità più folli e numerose di un esperimento quantistico, una mappa pre-colombiana.
Ora è come...
Scoprire che, uscito di prigione, non hai nessun posto nella società? Vedere come tutti gli spazi sulla mappa erano stai già scritti da tempo e come, non solo l'America era già stata scoperta, ma non c'è più posto per te? Essere un sasso in caduta libera nell'universo newtoniano, anziché una imprevedibile e libera particella in un esperimento heisenberghiano?
Un pò tutte queste cose. In più la gabbia ora me la sto costruendo da sola.
Un altro motivo per cui non ho più scritto il blog era l'indecisione sulla sua natura. Un cine blog? Un bio blog? Un diario di letture?
Così ho deciso non solo di riaprire questo blog, ma di aggiornarlo quotidianamente, dedicandomi ogni giorno della settimana ad una diversa rubrica.
Salvo modifiche la scaletta è questa:

LUNEDI': Pensieri, elucubrazioni, varie
MARTEDI': Libri
MERCOLEDI': La rubrica a sorpresa.
GIOVEDI': Musica
VENERDI': Cinema e TV
SABATO: Il racconto
DOMENICA: Il santo e l'oroscopo.
Ah ah, no scherzo, la domenica linkerò un blog o un sito.

E' un sacco di roba e probabilmente troppe cose verrano fuori male (ed io purtroppo non sono clinicamente iperattiva). Però non ho niente da fare, a parte spedire i miei dieci curriculum quotidiani, deprimermi, guardare film e telefilm, cazzeggiare su internet, leggere e fissare il soffitto elaborando raffinati piani per conquistare l'universo per almeno un'ora quando mi sveglio.

Ultimo dubbio: come titolo la categoria del lunedì? Pensieri mi sa tanto di diario di una tredicenne. E poi è un termine scorretto perché è troppo generico: tutto quello che si scrive o si dice (in genere) viene prima pensato. E nel momento in cui il pensiero viene scritto o pronunciato non è più tale.
Divagazioni? Appendici? Riflessioni? Diario? Oppure un tag che non c'entra niente? Ho la paralisi con i titoli e le sintesi. Credo dipenda dalla mia weltshaung. Oppure dal fatto che sono le tre e devo ancora pranzare.
Il problema è che con splinder i tag di un file non li puoi più cambiare.
Dato che l'apertura di questo blog è stata ispirata da un sogno, da uno scarafaggio e da una canzone dei Radiohead, e che dopodomani uscirà il sospirato LP7, titolerò la rubrica del Lunedì "colori", in onore all'ultimo dei Radiohead "In Rainbows". E perché i pensieri possono essere blue, rossi o verdi ecc. ecc.
A presto.
E stavolta dico sul serio.
Spero.
 
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